Managua, Nicaragua
1992
scritta in occasione dei festeggiamenti per i 500 anni dalla cosiddetta
scoperta dell’America
CANTI
DALLA
PERIFERIA
DEL MONDO
ABYA YALA (TERRA VERGINE E FECONDA)
1492-1992, cinquecento anni di resistenza indigena ed
afroamericana.
Che cosa significa fare memoria di questi cinquecento anni?
I popoli testimoni chiedono la parola e si rifiutano di celebrare,
sarebbe meglio e più giusto pentirsi della conquista.
I popoli testimoni, indigeni ed afroamericani chiedono la parola.
Alla domanda su quale sia il significato di questi 500 anni
riaffermano il loro diritto di rispondere.
Cinquecento anni dalla scoperta o dalla conquista?
Dall’incontro di civiltà o dall’invasione, dal genocidio, dalla spoliazione e dal
saccheggio sconsiderato di tutte le ricchezze di una “Terra vergine e feconda” (ABYA YALA in lingua Kuna).
E’ il momento di guardare attraverso altri occhi, è il momento di
guardare il duro cammino di un continente attraverso gli occhi dei
campesinos dal freddo della sierra Andina, gli occhi dei tagliatori di
canna da zucchero dei raccoglitori di caffè e dei lavoratori nelle
piantagioni di banane che vivono tutt’ora in condizioni di schiavi
nelle immense coltivazioni.
Attraverso gli occhi dei “Meninos de rua” (bambini della strada)
vecchi in viso e nell’animo a soli dieci anni, gli occhi dei pochi
indigeni superstiti da un sistematico etnocidio nella selva vergine
Amazonas di un tempo.
Quanti occhi, sono milioni, occhi che mai hanno visto luce, bocche
che mai hanno avuto voce.
Occhi stanchi e lacrimanti dall’esalazione di colla che serve ai
bambini di strada a fermare per poco i morsi della fame.
Occhi rassegnati dei minatori dal respiro nero solido, occhi dei
discendenti superstiti della tratta degli schiavi, occhi afroamericani
delle grandi Antille che ancora fuggono dittature opprimenti.
Occhi spenti dei campesinos costretti a coltivare coca per
sopravvivere sempre sotto il tiro di narcotrafficanti e guerriglia.
Occhi delle migliaia di “Desplazados”, rifugiati che vivono in Centro
e Sud America a cavallo di confini e frontiere, che fuggono violenze,
repressioni e saccheggi e si trovano fuori della loro terra di origine
senza alcun diritto, senza identità, senza nazionalità, si trovano ad
essere, senza esistere per nessuno, e rischiando la vita in mano a trafficanti
di uomini senza scrupoli fuggendo per disperazione verso il
miraggio di facili ricchezze negli Stati Uniti.
Sono occhi questi che di fronte a tanta violenza si rifiutano di
celebrare.
Noi con loro dovremmo fermarci e chiederci se sia giusto spendere
migliaia di miliardi per commemorare festeggiando uno degli eventi
più tragici della storia umana.
C’è, anche se calpestata, offesa e spogliata, l’altra faccia
dell’America ancora da scoprire, da incontrare, da valorizzare e
soprattutto da amare.
CHIEDONO LA PAROLA
Figli senza voce, anime
senza pace, 500 anni passati senza aver visto luce
chiedono la parola dopo 500 anni di attesa.
Camminano sulla loro terra invasa ed offesa,
dall’alto della Sierra sin dove l’oceano incontra la terra
camminano stanchi, ma vivi come reduci da una guerra.
Scendono al mercato col fagotto e blocchi di sale,
la fatica di una vita, la vita di un giorno vale.
Campesinos vivi tra stenti e violenza,
guardano lo sfacelo e piangono la loro impotenza.
Uomo indigeno figlio della foresta
della selva vergine di un tempo oggi poco resta.
Fiumi di mercurio e cimiteri di terra,
il mondo “ civilizzato” ti ha dichiarato guerra.
Uomo della Sierra del grande impero Inca
Preghi la Pacha Mama perché la vita vinca.
Non hai voce, parli in lingua Quechua,
diseredato anneghi il dolore in un sorso di chicha.
Figli senza voce, anime senza pace
500 anni passati senza aver visto luce.
Uomo Afroamericano delle grandi Antille,
fuggi dittature sempre uguali, sempre quelle.
Da Cuba alla Jamaica, da Guadalupe ad Haiti
risuonano tamburi, danze ed antichi riti.
Canti e colori, antichi riti Vudu
Monili e tamburi, tradizioni Bantu.
Figli senza voce, anime senza pace
500 anni passati senza aver visto luce.
Chiedono la parola visi sofferenti, testimoni di un massacro
piangono i loro morti nel segreto luogo sacro.
Uomo Indigeno ed Afroamericano, intoni un canto di pace su
un’altura lontano.
piangi i tuoi figli, piangi un pianto invano.
Io prego e canto per la pace con te e spero, uomo Indigeno ed
Afroamericano, che il mondo "civilizzato"
torni all'antica via del vento del fuoco della pioggia e dell'aria
come l'ara che nella foresta Madre Amazonas vola solitaria
e che la tua voce risuoni sopra la selva finalmente libera
da costrizioni, schiavitù e catene
libera!
a voi dedico questo canto umile
a voi popolazioni indigene
di Madre Natura voi testimoni e guardiani
e del mondo intero vera anima sensibile
Marco Bo
Managua Nicaragua
1992


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