cosa portiamo da un punto all’altro del nostro cammino dalla partenza all’arrivo dall’andata al ritorno? il racconto del mio cammino a tutti i miei cari agli amici ed alla poiana che vola sola sui vigneti e le colline, all'eterna foschia ed alla solitudine delle Ande, ai vulcani imponenti del Nicaragua, al cielo tropicale, al lago calmo della sera, ai pescatori all'oceano ed a chi nonostante il freddo di questo stanco ed insipido mondo artificiale continua a conservare la rivoluzione nel cuore
Bellbrook Ohio estate del 1987, seduto sulla sedia a dondolo nel patio dietro casa nella penombra con le tende abbassate per sfuggire la calura e l’arsura d’inizio estate, aspetto.
Il cane Mo, enorme nero accovacciato ai miei piedi, dorme ansimando con fatica per l’età e il calore.
Aspetto Jeff e Jim i miei due nuovi compagni di scuola che da qualche giorno mi portano all’allenamento della squadra di calcio della scuola.
A Bellbrook ero arrivato qualche giorno prima per un anno di studio con un programma di scambio interculturale.
Un anno di studio e di vita in USA! Avevo 16 anni ed avevo già realizzato il primo grande sogno, ero in America! Considerato che arrivavo da un paesello pacificamente addormentato sulle colline del Monferrato era un bel salto per l’epoca!
Non era la meta sperata, e cioè New York o la California , ma questo c’era e bisognava adattarsi, l’associazione mi aveva trovato una famiglia nella piccola cittadina di Bellbrook nel Sud Ovest dell’Ohio tra campi di mais e boschi sconfinati.
Quando mi avevano chiesto durante la prima visita di conoscenza alla high school qualche giorno prima :"Marco, what sport would you like to join?" Quale sport volevo praticare, senza esitazione alcuna : "Soccer!" Avevo imparato subito il nome del calcio in USA!
La squadra di calcio della scuola era la cosa più naturale per un italiano in una high school USA, compreso per me mediocre aspirante centromedianometodista come si usava dire negli anni 80 con l'arrivo dei primi giocatori brasiliani in Italia.
Seduto in penombra, aspetto Jeff e Jim, un po’ per il caldo opprimente e un po’ per il cambio di fuso orario, ero arrivato da meno di una settimana in USA, mi assopisco in un dormiveglia accogliente e fresco, e nel dormiveglia, l’ansia e l’entusiasmo per questa nuova avventura di vita e di calcio che stavo per iniziare prende il sopravvento e sento un grido lontano: “Macchina!!!!!”
Ed eccomi di nuovo sulla piazza del mio paese nel Monferrato con le scalinate della chiesa come porta da una parte e le scalinate del municipio come altra porta dall’altra.
In mezzo alla piazza passava la strada principale ed ogni tanto uno dei due portieri, a seconda della direzione di arrivo, gridava “Macchina!!” e tutti correvamo sulla scalinata per vedere chi passava, ma il traffico era scarso in quegli anni in paese.
Il mio paese, Castagnole Monferrato un po’ fuori mano sulla collina tra Montemagno e Portacomaro nel basso Monferrato lontano dalla strada principale che portava ad Asti città dormiente anch’essa cirdondata e protetta dalle colline.
Poco traffico in paese in quegli anni perché molti fuggivano dalle colline per andare in periferia della città a lavorare nelle tante fabbriche dell‘indotto Fiat e così il paese si svuotava poco a poco e le facciate delle vecchie case di campagna iniziavano a dare segni di decadenza.
Noi bambini e ragazzi giocavamo in piazza a pallone da mattina a sera, con il pallone quello vecchio di cuoio sformato e pesante che a darci un colpo di testa si rimaneva rintronati per un po’.
E i vecchi ci guardavano seduti davanti al bar della piazza e tenevano d’occhio anche la pesa di fronte per ascoltare e dibattere sulla negoziazione tra contadino e compratore riguardo a tara, netto e prezzo dei vari carichi che fossero legna, fieno oppure uva in tempo di vendemmia.
Come alternativa alla piazza si giocava nel campo di terra e poca erba giù nella valle vicino ad un ruscello ed a piante di mele e pesche che servivano a rifocillarci quando era stagione tra un tempo della partita e l’altro , oppure nel tempo di attesa per il recupero del pallone che regolarmente finiva nel ruscello e che qualche volontario, se il malcapitato che l’aveva tirato nel ruscello aveva paura, doveva avventurarsi a recuperare.
Si giocava a pallone in ogni stagione e con qualsiasi condizione meteorologica da mattina a sera finché non schiantavamo in terra dalla stanchezza e le mamme mandavano le sorelle in bici a recuperare noi fratelli sciagurati perché era ora di cena!
……..Un clacson all’improvviso ed ho un salto a cuore che quasi mi ribalto sulla sefia, è il clacson della vecchia Chevy di Jeff ed io ed il cane Mo facciamo un balzo dallo spavento “Ssssshit!” prima cosa imparata tanto per ambientarmi tra i ragazzetti della high school.
Guardo dalla finestra cercando di calmare il cane Mo che salta ed abbaia all’impazzata, non tanto per il rumore quanto perché è vecchio ed ha l’asma e potrebbe costargli cara quest’eccitazione.
Si sono loro i due ragazzetti che sin dall'inizio mi sembrano quelli dei cartoni animati giapponesi che giocano a calcio come praticassero kung fu, sono loro Jeff e Jim sempre in coppia sulla vecchia chevy con clacson a tromba del settimo cavalleggeri!
Prendo la borsa e corro in macchina da loro, “Hi guys, what’s up? “ risponde Jim “Ready to kick hasses Italian guy? “
“Pronto a prendere a calci in culo il mondo intero?”
“Hell yeah!, and that is all I can say for now!” rispondo io, ed è tutto quello che so dire per il momento!
Niente paura, penso, niente paura! Inizia l’avventura, e mentre corriamo con la Chevy lungo le strade di campagna tra i campi di mais dell’Ohio ai confini con l’Indiana, vedo ancora la piazza del mio paesello nel Monferrato ed il campo giù in fondo alla valle, e penso “Se mi vedessero gli amici miei! Dal Monferrato all’America, all’Ohio a giocare a calcio con i ragazzetti americani ”
Ma, ci sono! Si, ci sono tutti gli amici miei, li sento e li vedo tutti qui con me ! E questa partita la gioco anche per loro, io sono qui anche per loro ed un giorno racconterò loro questa pazza avventura calcistica sorseggiando un buon Barbera al bar della piazza davanti alla pesa guardando i ragazzetti giocare fino a sera.
nostalgia di quando padri e madri erano giovani grandi e forti partivano la mattina per il mondo e tornavano alla sera al caldo buono della stufa e di un piatto di minestra di quando noi giocavamo a pallone d'estate sulla piazza tra le scalinate del municipio e della chiesa come porte, le macchine si fermavano per noi e fino a che era buio nessuno ci veniva a cercare nostalgia, nostalgia di quando il nostro paese sulla collina era come un’isola e la nebbia d’autunno tutt’intorno era come il mare e nei vigneti noi giocavamo a cercar conchiglie e di quando guardavamo gli altri paesi sulle colline di fronte e organizzavamo le spedizioni d’estate in bici per arrivare alle feste alle giostre alle ragazze più belle nostalgia, nostalgia di quando si scendeva in città con la corriera per la festa per la fiera e ci si perdeva tra i banchi di caramelle e zucchero filato nel mercato e di quando dopo pranzo d’estate, mentre tutto era immobile e silenzio, sulla panchina dei giardini vicino al bar della piazza mangiavamo un ghiacciolo al limone nostalgia, no non è rimpianto né paura del tempo che passa, è soltanto che alcune persone e alcune cose non ci sono più è che il paese ed il mondo non sono più come allora, e ognuno è più lontano e più solo, è che adesso non esistono più isole, siamo tutti collegati in rete ma in realtà ci sentiamo persi lontani e soli sempre più soli, soli no, non era migliore il mondo allora, era semplicemente più grande più duro e difficile e forse per questo le persone si stringevano attorno alla stufa d’inverno con un bicchiere di vino o sulla piazza a giocare a pallone e se si partiva si andava in gruppo alla festa e sempre in gruppo si tornava perché la nebbia era fitta tutt’intorno là fuori adesso ognuno parte da solo, e parte solo per se stesso e sulla propria via spesso si perde solo…… nostalgia, nostalgia di un sentiero da camminare piano mano nella mano in un'infinita notte d’estate....... like a rolling stone! Marco Bo Perchè ci mettiamo in cammino
e come onde nel mare, trascinati noi tutti dalla corrente,
tutti noi naufraghi per non essere travolti cerchiamo un appiglio
trascinati nel vortice della corrente impetuosa
della grande storia e della piccola storia,
della storia di ognuno, delle migrazioni degli incontri,
dei ritorni e degli addii,
come onde nel mare, come onde nel mare
ed ogni arrivo ogni ritorno
è in sé un’altra partenza,
dalle radici al vento
dalla terra all’aria
ma non c’è motivo di affannarsi, le risposte si trovano nel cammino,
sono seminate tra sassi e rovi al bordo della via
dove meno si guarda ed arriveranno da sole
come onde nel mare, come onde nel mare
no non c'è motivo di affannarsi, null’altro serve per il cammino, null’altro conta alla fine se non l’altro,
nient’altro serve per il cammino se non musica, colori ed emozioni ed occhi ben aperti per dare a piene mani dare
come onde nel mare, come onde nel mare
ed ogni arrivo ogni ritorno
è in sé un’altra partenza,
dalle radici al vento
dalla terra all’aria
siamo sottili fili di un tessuto eterno,
viviamo pochi attimi il tempo di vedere intorno.
Un giro della cella dove stiamo prigionieri,
uno sguardo tra le sbarre per veder chi vive fuori
ed è la vita, la nostra vita
come debole fiamma di candela, sangue dalla ferita, pallottola persa per la via, ruscello di montagna, bolla di sapone, ultimo rifugio ultima illusione….
vita come ali di uccello in migrazione stagionale
ed ogni arrivo ogni ritorno
è in sé un’altra partenza,
dalle radici al vento
dalla terra all’aria
sottili fili di un tessuto eterno siamo,
viviamo pochi attimi il tempo di vedere intorno.
un giro della cella dove stiamo prigionieri,
uno sguardo tra le sbarre per veder chi vive fuori,