29/12/11

fiocchi di neve




fiocchi di neve
quando cammino sento un sollievo, un respiro
cade la neve
e se non mi abbaglia la guardo la mangio la bevo
e se non è neve, piove
scendo per strada, 
sento di nuovo sollievo e cammino, cammino.....
giocherà qualcuno stasera sotto la neve?
bevo aria e se la luce non mi abbaglia 
guardo i fiocchi dall'alto cadere 
e adagiarsi a terra
 
 all'improvviso, meraviglia! 
il campo di calcio illuminato!
inondato di foschia e di luce arancione, 
il campo sotto la neve che
continua convinta a cadere, cadere 
ed a posarsi in terra
convinta continua a cadere 
che tanto nessuno giocherà questa sera
 sotto la neve che con determinazione continua a cadere
cadere….
 
ma loro ci sono sotto la neve 
e sento allora un nuovo sollievo e provo a correre
 sul campo, un morbido tappeto bianco
sembra una nuvola, 
una nuvola di pioggia e di neve di fango
e intorno non un sospiro né un filo di vento 
e di nuovo sento un dolce sollievo 
che cresce dentro
 
fiocchi di neve e se non è neve piove
 sul campo di calcio inondato di foschia e di luce arancione sotto i fari d’illuminazione
 
che emozione che sogno d’infanzia e di pace,
un campo di calcio inondato di luce, 
come un morbido tappeto bianco, come una nuvola vivace e felice, come un'oasi in un freddo deserto di periferia, 
come un miraggio in lontananza
dove trovare uno spazio di pace e di luce in una grigia
notte di città d’asfalto e cemento

sì c'è ancora, un campo di calcio, 
un miraggio una nuvola un morbido tappeto bianco
 sul quale correre in una fredda notte d'inverno
 persi e presi in ostaggio
da una giungla di asfalto e cemento
e ancora riesco a trattenere il respiro 
e a sentir crescere dentro un
dolce sollievo di pace di luce e di vento
fiocchi di neve
e se non è neve piove sul campo di calcio, oasi, miraggio inondato
di foschia e di luce arancione, 
sotto i fari di illuminazione in questa
notte d'inverno in una  periferia 
di una qualunque città di asfalto e cemento
e così sia
fiocchi di neve

 
Marco Bo






20/12/11

Wichita, Kansas 2004


Wichita, Kansas  2004 

"On these great plains many years ago they use to count the bufaloes by days!
They'd say : 2, 3 days of bufaloes passed by.." . Su queste  grandi pianure  tanti anni fa i i bufali li contavano a giornate!, dicevano: sono passati 2, 3 giorni di bisonti !...Una volta, tanti anni fa….” 
Cosi mi raccontava  John Dakota, guida indiana Sioux mentre sulle pianure ghiacciate del Kansas mi portava con il suo vecchio pick up 4X4 da  Wichita a Parsons Kansas.














Ero atterrato a Wichita 2 giorni prima, atterraggio di fortuna sotto la  tormenta del secolo, vento neve e ghiaccio, faceva freddo, tanto freddo a Wichita in quei giorni.

Wichita, Kansas, proprio uno di quei luoghi che mai ci si aspetterebbe di visitare, se non per un buon motivo. Il mio buon motivo era l’ennesimo viaggio di lavoro in USA.  A dir la verità avevo sempre cercato di evitarlo quel viaggio. 


Si è vero c’era quel cliente a Parsons Kansas, ma non ordinava poi molto.. insomma non valeva la pena!  Ma quell’anno il target era crescere negli USA!  perché l’azienda puntava, molto su quel mercato!
E così subito dopo la riunione con il Direttore commerciale parte la ricerca in internet per trovare l’aeroporto più vicino a Parsons Kansas?

Ed ecco Wichita !

Wichita , e scopro che è addirittura un centro di eccellenza dell’industria aereonautica.  Detto questo, null’altro d’interessante a Wichita, sennonché guardando la mappa degli USA è proprio nel bel mezzo di quell’immensa nazione, il punto più lontano da ogni costa da ogni oceano.
Non so perché ma i luoghi così lontani dal mare, mi hanno sempre provocato un senso di claustrofobia di angoscia, e dire che io arrivo dall’entroterra Piemontese, dalle colline del Monferrato!

Dicevo, una buona ragione per arrivare fino lì, nessuna apparentemente, ma come spesso mi è successo nei miei viaggi da venditore ambulante transoceanico, la ragione si rivela nel cammino e di solito la ragione è un incontro importante con qualcuno che non ti aspetti e che ti lascia qualcosa che ti si sedimenta nell'animo, nel cuore, in testa. Qualcosa che, con la decantazione che il trascorrere del tempo porta ai ricordi, riemerge, nel momento meno atteso.

Questa volta era importante arrivare lì per incontrare John  Dakota guida indiana Sioux, visto che le cose non erano andate secondo programma. 
Il piano iniziale era: atterro a Wichita, vado diretto in albergo, il mattino dopo affitto una macchina e vado a incontrare il cliente a Parsons, in condizioni normali a circa un’ora e mezza di macchina.
In condizioni normali, non sotto la bufera del secolo! 


E allora, quando alla reception dell’Inn di periferia dove alloggiavo, chiesi se ci fosse qualcuno che poteva portarmi a Parsons sotto tale bufera di neve e di vento, il ragazzino con le cuffie incorporate del pod non esitò: John Dakota è l’unico, lui è una guida indiana!
Non osai mettere in dubbio, gli dissi di prenotare il giro e tornai in camera a guardare il superbowl con cinque bottigliette mignon di whisky, per cercare ci cacciare il freddo perché c’erano -20 C° fuori e il riscaldamento sbuffava a stento aria tiepida.
Sveglia alle 6:30 e in John Dakota guida indiana Sioux, riponevo le tutte le mie speranze: non potevo ripartire da Wichita senza visitar il cliente!

La quinta bottiglietta mignon, mi fece però saltare la sveglia e così mi ritrovai la mattina dopo trafelato di fronte all'uscita dell'albergo e fuori c'erano sempre - 20 C°! Ed in quel momento vidi John Dakota, stava ritto con un cappello a falde larghe vicino al suo pick up 4X4, che quasi sembrava in destriero.
Mi guardo fisso negli occhi, e con lo sguardo mi disse che mi avrebbe portato a Parsons Kansas, non importavano le condizioni climatiche o altro, lui era una fiera guida indiana Sioux.
Con lui poi scoprii che c'era anche il figlio, che lo accompagnava perché anche le scuole erano chiuse per il maltempo.
Il figlio, però a parte i tratti somatici Sioux, era esattamente uguale al ragazzotto biondo della reception con cuffie ipod integrate.  Si vedeva perfettamente che voleva segnare la linea che lo distingueva dal padre,  la differenza dalla vecchia generazione, lui ascoltava 50 Cents e null'altro voleva sapere.
Ma John Dakota non se ne preoccupava, era contrario ma lo comprendeva, sapeva che l'avrebbero emarginato se non si omologava agli altri, era giovane, avrebbe capito le sue radici in seguito.


Quanto a me, sembrava che John già sapesse che io conoscevo bene gli indigeni del Centro e Sud America dove avevo vissuto per anni, mi mancava, in effetti, una testimonianza degli indigeni del Nord America, e quindi lui prese a raccontarmi delle grandi pianure del Kansas, della grande corsa all'oro, del lontano ovest e della battaglia di Little Big Horn quando le tribù Lakota, Sioux e Cheyenne si unirono e sconfissero il 7° Cavalleggeri comandati dal Generale Custer, vittoria che pagarono cara con persecuzione e sterminio. 


 Mi raccontò anche delle riserve, della piaga dell'alcol e dei casinò che proliferavano nelle riserve indiane, quasi fossero un risarcimento allo sterminio degli indiani perpetrato dall’uomo bianco, ma che in realtà piagavano le comunità indiane, soprattutto i più giovani.

E poi mi disse che gli indiani, le tribù erano tante, tanti gli indiani.... "Tanti quanti i bisonti che allora contavano a giornate, dicevano: sono passati due, tre giorni di bisonti!...Una volta, tanti anni fa….!”

Io guardavo dal finestrino la grande pianura ora ricoperta di neve e di ghiaccio, e provavo ad immaginare le mandrie, giorni interi di bisonti che correvano su quelle immense pianure.
Ed in quel momento pensavo: c'e sempre una ragione, c'e sempre una buona ragione.

L'incontro andò bene, il cliente mi chiese: how in the World did you make it here in such a storm?!!" Com'ero riuscito ad arrivare lì nella bufera del secolo!.
Io spiegai che mi ci aveva portato John Dakota guida indiana Sioux. lui annuì, tutto chiaro allora.

Al ritorno in albergo era già buio, salutai John Dakota ed il figlio, il quale quasi di nascosto mi fece un sorriso d’intesa, ed allora mi resi conto che  era stato ad ascoltare le storie del padre e le mie peripezie dalle colline Piemontesi all'America, allora capii perche John non era preoccupato, era giovane ed avrebbe capito in seguito.

Stretta di mano, entrai in albergo, e nel girarmi John Dakota ritto vicino al suo pick up che ai miei occhi era il suo fedele destriero

 John Dakota mi guardò e mi salutò con un gesto di pace e se ne andò.

Io mi girai, accennai un cenno di saluto al ragazzino con ipod, e pensai, c'è sempre una buona ragione . c'è sempre una buona ragione...

Marco Bo


                                 
                                 THE BIG KAHUNA : Discorso sul carattere





The Big Kahuna è un film del 1999 diretto da John Swanbeck e tratto da una commedia teatrale di Roger Rueff, protagonisti Kevin Spacey, Danny DeVito, Peter Facinelli. Ambientato a Wichita Kansas! 

16/12/11

AMERICA


Criollos, anziani padroni creoli passeggiano fiancheggiando argini sognano  España quasi con pudore, con camicie ricamate a trecce trascorrono il tempo lasciando che il tempo li consumi.

Indigena, siamo noi l'anima della foresta pluviale.


Amazonas anima sensibile



Indigena


Amazonas: madre al bagno al fiume con bambino.













Brass Spittoons


 


BY LANGSTON HUGHES


 
Clean the spittoons, boy.

Detroit,

Chicago,

Atlantic City,

Palm Beach.
Clean the spittoons.
The steam in hotel kitchens,
And the smoke in hotel lobbies,
And the slime in hotel spittoons:
Part of my life.

Hey, boy!

A nickel,

A dime,

A dollar,
Two dollars a day.

Hey, boy!

A nickel,

A dime,

A dollar,

Two dollars
Buy shoes for the baby.
House rent to pay.
Gin on Saturday,
Church on Sunday.

My God!
Babies and gin and church
And women and Sunday
All mixed with dimes and
Dollars and clean spittoons
And house rent to pay.


Hey, boy!
A bright bowl of brass is beautiful to the Lord.
Bright polished brass like the cymbals
Of King David’s dancers,
Like the wine cups of Solomon.



Hey, boy!
A clean spittoon on the altar of the Lord.
A clean bright spittoon all newly polished
At least I can offer that.


Com’mere, boy!

BY LANGSTON HUGHES
 

12/12/11

dedicato a tutta l'Africa nel mondo.


Birmingham, Alabama 1999

A Birmingham, Alabama quella mattina sotto un grigio cielo di periferia,
ero insieme a Doc, un amico afroamericano molto attivo nella parrocchia.
Doc era in pensione, aveva quasi settant’anni, cappello a visiera sempre in testa ed un gran bel sorriso sempre in faccia.

A chi gli domandava “How’s Goin’ Doc?” “com’e va Doc?” lui rispondeva sempre
“ I can’t complain my friend, I can’t complain”,
non mi posso lamentare diceva Doc.
Doc, ogni volta che lo guardavo mi ricordava il personaggio della vecchia serie televisiva “Sanford & Son”.
Questa strana sensazione lo sempre avuta negli anni trascorsi negli USA.
La mia generazione è cresciuta con l’immagine dei serial televisivi, dei film, prima sul selvaggio West, poi sulla sconfinata provincia dell’interno e poi sulle grandi metropoli, i grattacieli, i tombini fumanti e le vecchie chevrolet.
Nel momento in cui ci si trova immersi davvero anima a corpo in quella
realtà si prova una sensazione di già visto, già immaginato e di
straniamento al tempo stesso. Sarà vero tutto questo o è solo finzione?Ci si domanda.
La realtà si sovrappone e si dissolve nella fantasia e viceversa.
 Si guarda un po’ tutto come attraverso l’occhio di una cinepresa.
Bisogna fare uno sforzo e con determinazione cercare sotto l’apparenza e sotto la superficie.
Tirare via con forza la prima patina di pellicola cinematografica per capire le emozioni vere che si muovono sotto e nel cuore della gente.
Quella mattina sul suo vecchio truck di Doc  ormai in pensione anche lui, ma che per tanti anni era stato il suo unico compagno sulle strade degli USA da Sud a Nord, da costa a costa, andavamo al centro di raccolta per il riciclaggio dei rifiuti.
Doc autista semplice in gioventù, aveva poi messo su la sua compagnia di trasporto, 2 camion con i quali viaggiava sulle strade dell’unione. “.. Ho viaggiato per tutti gli States per 40 anni amico mio, per 40 anni!”.
Quel giorno trasportavamo un carico di cartoni raccolti nella parrocchia.
Io annuivo e guardavo dal finestrino la periferia di Birmingham fatta di svincoli, centri commerciali e super mercati.
Periferia uguale a tutte le periferie delle città statunitensi, monumenti dì un illusorio benessere consumistico e niente più.
Dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi, ben nascosti i quartieri popolari come “Gate City” dove era situata la parrocchia.
Già il nome definiva bene la realtà e la emarginava dal resto del mondo: “Gate City” cioè : “ Città cancello, o inferriata”.
E così si sentiva chi viveva a Gate City, rinchiuso, isolato, incatenato alla povertà nel centro dell’impero, nel bel mezzo del paese più ricco del mondo.
“..Caro amico italiano, in verità sono molto preoccupato!” Doc interruppe di colpo i miei pensieri.
“..E si, sono davvero preoccupato da quello che sta succedendo ai nostri figli!”.
Io guardavo il profilo di Doc ed ascoltavo quello che diceva con
attenzione, cose che già sapevo o per lo meno intuivo e per le quali già avevo provato dolore in passato.
Ora per la prima volta le emozioni e la sofferenza prendevano parola e corpo e mi entravano in testa e nel petto come frecce.
“… La mia generazione, noi abbiamo vissuto la segregazione razziale, i miei nonni erano schiavi, noi abbiamo lottato per i diritti civili, io ho conosciuto Martin Luther King ed ho marciato con lui ed ho visto quando l’hanno preso ed imprigionato.
Io ricordo quella mattina quando hanno messo la bomba alla chiesa battista e quattro povere bambine del coro sono saltate in aria.
Sono saltate in aria mentre cantavano a nostro Signore.!
Ed anch’io ho marciato su Selma quella sanguinosa domenica quando la polizia di Birmingham ha sparato sulla gente indifesa mentre stavano attraversando il ponte…..”
Io ascoltavo con determinazione e attenzione per fissare tutto quanto, allo stesso modo di quando si preme con forza sul foglio bianco con una matita spuntata per annotarsi qualche appunto importante, qualcosa che si ha timore di non riuscire più a leggere
perfettamente.
“…. E adesso? E adesso.. tu li vedi fratello mio.
Tu li vedi i nostri ragazzi, le nostre ragazze. Tu li vedi i nostri figli, i
nostri nipoti. Non possono uscire da Gate City, sono imprigionati qui con il
crack, con le bande, con la violenza…”
Nella periferia di Birmingham in Alabama dietro lo svincolo della highway, dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi, ben nascosti ci sono i quartieri popolari come “Gate City” dove vive un po’ di quell’Africa persa sulle vie del mondo.
Quell’Africa portata qui schiava ed ora libera di vivere nell’emarginazione e nell’abbandono nel bel mezzo del paese più
ricco del mondo costruito in buona parte da quella stessa Africa schiava.
Dolore, abbandono, crack, alcol e povertà ma anche tanta fierezza ed orgoglio di antico retaggio africano ho visto nei “Projects” i
quartieri popolari di Birmingham in Alabama nel bel mezzo dell’impero del benessere.
 

A TUTTA L’AFRICA NEL MONDO

Africa che risuoni tra le baracche del barrio
Africa nel volto di un mendicante loco solitario
Africa nei bambini ai bordi della via
Africa rispondimi ovunque tu sia.

Ti ho visto in Nicaragua negli occhi stanchi di un pescatore,
ti ho visto su impalcature lavoravi muratore,
vendevi maracuja correndo ad una macchina
col finestrino alzato spiegavi il prezzo con la mimica.

Africa rinchiusa dietro le sbarre di una cella
guardavi nascer l’alba, sempre uguale, sempre quella.
Sotto le stelle che ti avevan vista schiava,
tuo figlio sconcertato la ragione domandava.

La ragione di tanta violenza perpetrata
da uomini spinti da avidità sconfinata
su milioni di altri uomini catturati e incatenati
per lavori inumani al nuovo mondo destinati.

Pochi arrivano vivi a Salvador Bahia,
incatenati e buttati nella polvere della via.
A te figlio che la ragione domandavi,
a te questo pianto eterno della tratta degli schiavi.
Quanta Africa persa sulle vie del mondo.

Ti ho visto nel Nord America nelle grandi città,
morire al gelo di un inverno senza pietà.
Ti ho visto vicino al fuoco cantare,
ti ho visto nei ghetti vivere ed odiare.

Ti immagino nelle grandi distese pastore nomade
muovendo i tuoi passi in valli e terre umide.
Ti immagino nel Sahel sopravvivere la siccità
con un unico sogno, migrare in città.

Cercare fortuna nel ricco occidente
e fuggire l’ingiustizia di una dittatura opprimente.
Quanta Africa persa sulle vie del mondo.
Quanta Africa sofferente al freddo dell’inverno,
a te questo canto fatto con il tuo pianto eterno

ma il tuo tempo è arrivato
 Africa in cammino!
porto sicuro è l’Africa dove il cuore va a riposare sereno
 questo è l’inizio della nuova era 
 a te mi inchino Africa e chiedo perdono
per sentieri e periferie io sono soltanto un povero pellegrino
 e quanta Africa ho visto persa sulle vie del mondo
 a te dedico questo canto umile
a te Madre Africa anima sensibile  

a te Madre Africa anima sensibile  

Marco Bo. CANTI DALLA PERIFERIA DEL MONDO







05/12/11

particolari minimi,marginali, briciole di tempo e di spazio salvate qua e là..



Madrid, Aprile 2004
In attesa all’aeroporto
VOLO MADRID LAS PALMAS, GRAN CANARIA




Eccomi…. aeroporto di Madrid, in attesa, ancora in attesa, in attesa….

Aeroporti, non-luoghi, corridoi, vetrate, nastri mobili.

Non-luoghi pieni di emozioni, gente, ansie e speranze, attese…attese.

Aeroporti spazi di transito, di attese interminabili o di corse trafelate.

Le emozioni non hanno casa qui, ma transitano su nastri o scale mobili, rimangono sospesi per un po’.

Sospesi per un po’.

L’ennesimo viaggio….tempo, ho tempo ed allora osservo, osservo il turbinio di persone che girano senza posa, in questo luogo, non-luogo.

Sbatto le ciglia, scatto istantanee, fotogrammi, brandelli di vita

Provo a concentrarmi su piccoli particolari, dettagli minimi, marginali.

 Dettagli minimi, marginali:

Mamme con bimbi che corrono verso ogni novità.

Una coppia di anziani signori, dice lei : “…Ho un po’ paura, non riesco a concentrarmi”.

Due ragazzi alti e biondi si fanno spazio tra la gente. La gente come ostacolo nello spazio.

Uomini e donne in viaggio di lavoro, giacche, cravatte, scarpe di cuoio che scricchiolano.

Migranti, bagagli enormi che cadono dai carrelli, facce tese, ansia apprensione, paura, tristezza per l’addio ai propri cari che sono rimasti lì, in attesa.
Aeroporti, non-luoghi, uomini, donne transitano e si schivano come se fossero ostacoli, le loro emozioni non hanno casa, transitano soltanto.


Le loro emozioni non hanno casa, transitano soltanto.

Rifletto:

Che assurda ossessione della vita moderna, quella di comprimere il tempo e lo spazio e coprire distanze sempre maggiori nel minor tempo possibile.


Tempo possibile.

E quando il tempo non si riesce più a comprimerlo, allora lo si svuota e si annulla,  lo si fa transitare in non-luoghi, in lunghi corridoi, e camminare su nastri, salire e scendere su scale mobili.

Forse così il tempo sembra meno, sembra passare più velocemente.

Più velocemente.

Nell’assurda ossessione della vita moderna di comprimere il tempo e lo spazio e coprire distanze sempre maggiori nel minor tempo possibile, creiamo spazi artificiali dove sottraiamo tempo prezioso alla nostra vita.

Cosa salvare del viaggio? 
Che cos’è che portiamo da un punto all’altro del nostro cammino, 
dalla partenza all’arrivo, dall’andata al ritorno?

Che fare?
 Io da parte mia provo a concentrarmi e cogliere ogni piccolo dettaglio, particolari minimi, marginali.

 Particolari minimi, marginali, briciole di tempo e di spazio raccolte e salvate qua e là….

 
Marco Bo

 Perchè ci mettiamo in cammino

02/12/11

Calle Florìda, Buenos Aires Argentina,




Calle Florìda Buenos Aires Argentina
Calle Florìda, tango en la esquina

Calle Florìda l’artista Gaucho canta e balla fino a mattina

Calle Florìda è sera e cammino,
tango agli angoli di strada
e il cappello dei pesos mi passa vicino.

Calle Florìda venditori ambulanti stanchi seduti contro il muro,
 maghi e fattucchiere che vendono il futuro

Calle Florìda ristoranti e pizzerie, italiani d’Argentina
il capo italiano da dietro il bancone con naso da gufo
controlla camerieri e clienti fino a mattina.

Calle Florìda mi siedo a un caffè,
ordino un cortado fumo un cigarrillo e penso a te

Calle Florìda Buenos Aires Argentina,
la gente en la calle balla fino a mattina
mentre il rey Maradona è solo, trattiene il respiro e guarda dalla
finestra la sua amata Argentina
e poi prende fiato per il respiro più lungo
che lo accompagni fino a mattina

Calle Florìda Buenos Aires Argentina



Marco Bo 

Calle Florìda Buenos Aires Argentina



dialoghi con le periferie del mondo, cos'è la vita

sotto questo grigio cielo di periferia che cos'è la vita? è la cura donata e ricevuta in dono, un po' e un po' è un insieme di a...