28/02/17

storie dalle periferie del mondo - il primo e l'ultimo passo – bozza per una rappresentazione


ogni giorno Taisha aspettava Tilandria, la sorella più piccola, in cima alla strada,

 con occhi lucidi la guardava da lontano mentre lei usciva da scuola e come prigioniera in una bolla di sapone, ipnotizzata e stordita dal rumore del traffico e della confusione,
camminava lentamente,
lentamente


Taisha si era messa in testa che doveva insegnare a Tilandria,
 a sopravvivere a cavarsela da sola,
- perché se no ti schiacciano in questo quartiere!-
 le gridava in faccia ad un millimetro dal suo naso


aveva 12 anni Taisha e 6 anni Tilandria
e sembravano madre e figlia,


 la loro madre ogni singolo giorno che il dubbio mandava in terra sotto quel grigio cielo di periferia, usciva presto dal minuscolo appartamento dove sopravvivevano a stento

l'appartamento a loro assegnato a Gate City, quartiere popolare Afro Americano nelle periferie dimenticate di Birmingham Alabama, città culla del movimento per i diritti civili negli anni sessanta, era quello al piano terra del primo blocco di appartamenti  davanti al centro giovanile,
lo Youth center dove noi eravamo impegnati come volontari


la loro madre usciva presto che era ancora buio e tornava a casa a notte fonda dal quello schifo di lavoro al fast food del distributore di benzina
schifo di lavoro che tratteneva con le unghie e con i denti mentre nei 10 minuti di pausa inghiottiva con rabbia il miliardesimo cheesburger, nemmeno fosse il primo premio di una lotteria!
 perché quello schifo di lavoro era l'unica possibilità di sostentamento in quelle dimenticate periferie del mondo


la mattina prestoTaisha e Tilandria uscivano di casa insieme
e da sole


due piccole ombre fragili in balia del vento, che si muovevano come moscerini davanti alla luce abbagliante di un lampione nella foschia di quel cielo suburbano

nei projects non si vede mai il cielo per intero,
no
oltre i cavalcavia sopra le insegne pubblicitarie quel poco che si riesce a vedere è soltanto una livida cicatrice di cielo


i Projects, così si chiamavano i quartieri popolari Afro Americani,
 per una cosa erano ben progettati, per isolare del resto del mondo la gente che lì oltre il confine sopravviveva

quartieri nascosti dallo svincolo dell'autostrada e dalle insegne luminose di fast food e mangime per cani,
eppure lì di cani c'erano soltanto quelli abbandonati

abbandonati come gli esseri umani che di lì non uscivano mai
se non distesi , distesi......
………………………………. arrivando al centro giovanile dove noi volontari aspettavamo i bambini, che altrimenti sarebbero rimasti da soli in pericolo fino a sera in quel girone infernale di asfalto e cemento, Taisha e Tilandria tiravano per terra le loro borse di scuola ed i giubbotti
e andavano a giocare con le bambole che trovavano nella sala giochi oppure mettevano i pattini a rotelle ai piedi e volteggiavano come farfalle libere sognando di essere regine lontano da quella buia crepa di mondo,
 e così trascorrevano il tempo


e di tempo ce ne voleva ogni volta per convincerle a fermarsi per un attimo per correggere i compiti e studiare e mangiare qualcosa,
latte e biscotti, frutta cereali, che probabilmente sarebbe stata anche la loro unica cena


ogni giorno Taisha aspettava Tilandria in cima alla strada
e con occhi lucidi la guardava mentre lei la piccola usciva da scuola e come prigioniera,
 oppure forse era per proteggersi rinchiusa in una bolla di sapone, ipnotizzata e stordita dal rumore del traffico e della confusione,
camminava lentamente,
lentamente


Taisha voleva che Tilandria, la sorella piccola imparasse a cavarsela da sola in quella giungla suburbana,

ma, quando Tilandria arrivava in cima alla strada,
 attraversavano la strada insieme
 perché diceva,
anzi gridava!

- all'inizio e a metà del cammino si può anche rimanere da soli,
può capitare, così è la vita, ma
il primo e l'ultimo passo si fa sempre insieme !

sempre insieme
questa è la regola
questo è il comandamento presso quelle dimenticate periferie del mondo .....

.............................................................

Taisha eri ancora piccola quella notte e gridavi
dov'eri tu quando mi hanno inchiodato alla paura?
dov'eri  quando ho portato il mio pianto in fondo alla notte?


ho il cuore in gola e il ricordo mi porta da lontano
 polizia sirene, grida, e doveva essere una festa,
 tu eri rannicchiata in un angolo con una bambola in mano
io ricordo che quella notte avevo il cuore in gola,
le grida mi soffocavano mentre correvo a cercarti
dov'ero io, dove eravamo noi quando ti hanno inchiodato alla tua paura?


"Nessuno può entrare bisogna aspettare l’ambulanza!!"
 e tu eri lì eri sola impaurita nascosta nessuno poteva abbracciarti


- dov'eri tu quando mi hanno inchiodato al dolore?

il giorno prima  in quella città cancello abbandonata nelle periferie del mondo,
 tu e altre cento bambine sul campo da basketball, migliaia di trecce al vento sui pattini a rotelle, sognavate di essere regine e sulla pista erano mille giravolte
 il cuore in gola dalla gioia e la vostra canzone al vento
era il vostro giorno atteso con ansia
i pattini come ali e cinque dollari in tasca


quella notte invece la tua canzone era un gospel un lamento,
un pianto un’invocazione
una richiesta d'aiuto


dov’ero io, dov’eravamo noi?
quella notte il sangue sull’asfalto e il lamento delle sirene
hanno chiuso la porta dei sogni e spento la musica della festa

ma i sogni vivono oltre ogni pallottola oltre ogni ferita oltre ogni lacrima

Taisha ti penso e di immagino adesso grande accanto a tua figlia
raccontare di antiche leggende di fieri popoli Africani


Taisha e ti ascolto in sogno - non avere paura, siamo grandi ormai,
il peggio è passato e noi siamo il presente!


la tua voce mi commuove, respiro profondamente e penso
se non hai perso tu la speranza dopo tante notti di dolore e di rabbia sotto questo cielo

non ho diritto di piangere miseria io che poche notti insonni ho vissuto da che sono al mondo

 ho il cuore in gola e un gospel in testa

a Birmingham Alabama qualcuno ancora ha un sogno
qualcuno ancora crede e prega che passata la notte di lacrime e rabbia
tornerà ancora la luce, il mattino e la festa


 Marco Bo

27/02/17

il cuore in gola e un gospel in testa, Birmingham Alabama 1999



- dov'eri tu quando ho portato il mio dolore sulla collina?
dov'eri tu quando mi hanno inchiodato alla paura?

sotto questo grigio cielo suburbano

ho il cuore in gola e il ricordo mi porta da lontano

 polizia sirene, grida, e doveva essere una festa,

 Taisha ascoltava rannicchiata in un angolo con una bambola in mano

- e tu dov'eri?

dov'eri  quando ho portato il mio pianto in fondo alla notte?


io ricordo che quella notte avevo il cuore in gola,
le grida mi soffocavano mentre correvo a cercarti

dov'ero io, dove eravamo noi quando ti hanno inchiodato alla tua paura?

"Nessuno può entrare bisogna aspettare l’ambulanza!!"


 e tu eri lì eri sola impaurita nascosta nessuno poteva abbracciarti

 - dov'eri tu quando sulla via mi hanno sputato in faccia?

il giorno prima era festa in quella città cancello abbandonata nelle periferie del mondo,

 e il mondo "normale" guardava in distanza

- dov'eri tu quando mi hanno inchiodato al dolore?
dove eravate voi tutti?


 il giorno prima correvi sul campo da basketball migliaia di trecce al vento e la tua canzone in testa

quella sera invece la tua canzone era un gospel un lamento,
una ninna nanna un pianto un’invocazione
una richiesta d'aiuto


 - dove eravate voi quando mi hanno sparato alle spalle?

dov’ero io Taisha, dov’eravamo noi?


ho il cuore in gola e un gospel in testa
polizia sirene, grida, e doveva essere una festa


 questa mattina il petto fa male ed ogni respiro è una freccia

un lamento mi porta il ricordo di quel giorno lontano

tu e altre cento  bambine sui pattini a rotelle
sognavate di essere regine e sulla pista erano mille giravolte

 il cuore in gola dalla gioia

 e la vostra canzone al vento
era il vostro giorno atteso con ansia
i pattini come ali e cinque dollari in tasca


quella notte il sangue sull’asfalto e il lamento delle sirene
hanno chiuso la porta dei sogni e spento la musica della festa


ma i sogni vivono oltre ogni pallottola oltre ogni ferita oltre ogni lacrima


Taisha ti penso e di immagino grande accanto a tua figlia
raccontare di antiche leggende di fieri popoli Africani


Taisha ti penso e ti ascolto in sogno
- non avere più paura, siamo grandi ormai,
il peggio è passato e noi siamo il presente!


la tua voce mi commuove, respiro profondamente e penso

se non hai perso tu la speranza dopo tante notti di dolore e di rabbia sotto questo cielo


non ho alcun diritto di piangere miseria io che poche notti insonni ho vissuto da che sono al mondo

 ho il cuore in gola e un gospel in testa
a Birmingham Alabama qualcuno ancora ha un sogno

qualcuno ancora crede e prega che passata la buia notte di rabbia
tornerà ancora la luce, il mattino e la festa


 Marco Bo

http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2016/11/lil-primo-e-lultimo-passo.html#!/2016/11/lil-primo-e-lultimo-passo.html

24/02/17

friendly assessment n. 5 - simplicity

under this grey suburban sky
years and years digging and draining and going down into the bowels of yourself and of the universe
searching for the right verses to chant emotions and revolutions….

and then suddenly like a slap in the face that brings you back to light, back to life,
here comes simplicity

simplicity
 of those who are not afraid to hear the wails of the world
and to sing their fragile verses

semplicity
the one that bears the scars of years without turbulence
 and the one of those with smooth skin
like  water of a river that gently,
 aware that right there it will arrive, flows down to the sea

simplicity
of those who arrived on the scene only by a moment
and nothing pretended in return and everything have to give
since of the limits of their own,
fear or shame
still they do not know



  Marco Bo

constatazione amichevole n. 5 - la semplicità


sotto questo grigio cielo suburbano,
anni e anni a scavare e svuotare e scendere nelle viscere di te stesso e dell'universo
nell'intento di trovare il giusto verso per scrivere di emozioni e di rivoluzioni..........

e poi improvvisa come uno schiaffo in faccia che ti riporta alla luce, alla vita, ecco la semplicità

la semplicità di chi non ha paura di ascoltare il lamento del mondo
e di cantare il suo fragile verso

la semplicità
quella che porta senza turbamento le cicatrici degli anni
 e quella che ha la pelle liscia
come l’acqua di un fiume che dolcemente,
 perché sa che là deve arrivare, scende verso il mare

la semplicità  di chi è arrivato sulla scena soltanto da qualche istante
e non chiede nulla in cambio e tutto ha da regalare
perché dei suoi limiti,
timore o vergogna
ancora non ha

Marco Bo

23/02/17

friendly assesment n.4 - quite of an original sin


with the awareness,
thanks to consciousness of good and evil,
of being faster than any machine any gear,
any mechanism, any virtual reality
  and at times out of fear and dread of your own strength,
pretending not to know .........

this is the gift and the drama
received as a dowry at birth by humans
as a role to play
on the stage of life
under this grey suburban sky


Marco Bo

amichevole constatazione n 4 - un peccato alquanto originale


sapere di essere,
grazie alla consapevolezza del bene e del male,
più veloce di qualsiasi macchina di qualsiasi ingranaggio,

di qualsiasi meccanismo , di qualsiasi realtà virtuale
 e a volte per timore e spavento della propria forza,
fingere di non sapere.........

questo è il dono e il dramma
ricevuto in dote alla nascita dall'essere umano
come ruolo da interpretare
sul palcoscenico della vita
sotto questo grigio cielo suburbano


Marco Bo

19/02/17

friendly assessment without number - brief story of the zero

thousand of years spent adding up under this sky
from the conception of a symbol formed by two inclined wedges
 to mark an empty space


yet beneath this grey suburban dome
where the sky is plasterboard, the air is stale and the conditioned time is always the same
however one seeks to follow common sense
 and pick the right addition on the path,
in a world without numbers,
 like embroideries on conscience and free will
 counts will never add up to nothing


friendly assessment without number - brief story of the zero

Marco Bo
 

constatazione amichevole senza numero - breve storia dello zero


migliaia anni trascorsi sotto questo cielo a far di conto,
dal concepimento di un simbolo formato da due cunei inclinati per marcare uno spazio vuoto


eppure sotto questa grigia cupula suburbana
dove il cielo è di cartongesso, l'aria è viziata e il tempo del condizionamento è sempre uguale a se stesso,
per quanto uno cerchi di seguire il buon senso e di raccogliere la giusta addizione sul sentiero,

in un mondo senza numeri
come ricami sulla coscienza ed il libero arbitrio
 i conti non torneranno mai davvero


constatazione amichevole senza numero
 breve storia
 dello zero


Marco Bo

 

18/02/17

constatazione amichevole n.3 la colpa


tra le grigie pieghe di una qualsiasi notte di periferia 
sono sceso sulle vie del mondo dopo aver guardato i fuochi d'artificio dal terrazzo della vita in vigilia

ho preso una coperta e sono andato fuori al freddo
e poi i miei piedi mi hanno portato via lontano


e da allora che sono sulla via del ritorno senza voler tornare

no,
non sono da biasimare i mattoni e l'argilla
   poichè essi non hanno orecchie
  sono gli esseri umani  che chiudono le porte
sarebbe bene tenerlo a mente

quando si decide di camminare verso l'ignoto
oltre gli stipiti e le colonne delle periferie del mondo

Marco Bo

friendly assesment n. 3 - the blame

between the gray folds of any suburban night
I went down to the roads of the world after watching the fireworks
from the terrace of the life in eve


I took a blanket and walked out in the cold
and then my feet led me away


 since then I've been on my way back with the desire not to return

no,
bricks and clay are not to blame
since they have no ears
human beings are those who close the entrance
one should keep that in mind when walking out the doorposts
into the unknown
over the posts and pillars to peripheries of the world



Marco Bo

17/02/17

storie dalle periferie del mondo Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita, bozza per una rappresentazione


Canti dalla periferia del mondo

Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita.
Birmingham Alabama 1999

- Note di scena

Al centro della scena un carrello della spesa pieno di cianfrusaglie coperte bottiglie, un pallone da basket,  bolle di sapone, pattini, palla da baseball


A sinistra su una sedia un cappello a visiera e un giubbotto che poi diventeranno Kevin  il vagabondo con un cappello a visiera in testa


SUL FONDO UN GRUPPO DI RAGAZZI E RAGAZZE AMICI CHE PARLANO, POI DIVENTERANNO IL PUBBLICO DELLA PARTITA DI BASEBALL DI KEVIN ed altre interazioni, bolle di sapone ecc.….…..


Preambolo/motivazione (perché ci mettiamo in cammino? Cosa portiamo con noi? e perché raccontiamo?) 

-“… Ci sono storie che appartengono alle zone marginali dell’interesse umano.Sono fatte da uomini, uomini semplici;  da quei tanti che per umiltà o consapevole scelta rimangono incastrati nel grande magma universale degli individui comuni.

 “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia”

graffiavano mani anonime su una pietra nel campo di concentramento di Bergen Belsen.

 Per conto di chi parlava quel grido scalfito nella roccia? Parlava per sé,

o per “tutti coloro che non vengono mai citati nei notiziari, che non hanno biografie,

 ma sono un labile passaggio per le strade della vita”?

Luis Sepulveda  in – Le rose di Atacama-“



  Introduzione:  Gate City Birmingham Alabama - coordinate spazio-tempo

All'inizio degli anni ’90  volontario in Nicaragua,  ero responsabile del convitto maschile di una scuola tecnica di agronomia e insegnante di Inglese.
Gli studenti erano sia ragazzi e ragazze adolescenti che uomini e donne di
trent’anni o più che erano tornati alla vita civile dopo la guerra  da poco terminata.

Le difficoltà erano tante, spesso mancava l’acqua e tenere a bada più di ottanta ragazzi e uomini da solo era complicato.


 Mi svegliavo alle quattro del mattino e andavo a dormire non prima della mezzanotte, tutti i giorni.
Un ricordo in particolare, gli studenti la sera lustravano per ore il loro unico paio di scarponi che usavano sia per la pratica in campagna e sia per le lezioni in classe e lavavano la loro unica camicia bianca perché la mattina dopo volevano essere lindi puliti e profumati. Erano poveri, sì ma non abbandonati a sé stessi


Per contro ricordo a Birmingham Alabama, il vero abbandono e l’emarginazione.
Abbandono ed emarginazione, molto peggio della povertà materiale.

Abbandono, nei “projects” i quartieri popolari di Birmingham entravamo soltanto noi ed i missionari Salesiani e le macchine della polizia che accorrevano a sirene spiegate soltanto quando c’era una sparatoria o incidente.
Il nostro compito era quello di far trascorrere il pomeriggio dopo la scuola in serenità a più di cento bambini e ragazzi che altrimenti sarebbero stati soli ed in pericolo in strada.


I ricordi ed i fantasmi in quei luoghi erano ovunque perché quelli erano i luoghi dove era iniziata la lotta per i movimenti civili e contro la segregazione razziale.
 Alcuni amici avevano vissuto la segregazione razziale sulla loro pelle.
Ricordo uno scambio di opinioni molto accesso, un ragazzo Afro Americano diceva ad un ragazzo bianco:
“Tu non sai nulla di me, non hai la minima idea di cosa mi passi per la mente! Non ha mai avuto necessità di conoscermi.
Io invece so tutto di te, so leggere ogni piccolo dettaglio nel tuo viso, nei tuoi movimenti! E così sapevano fare i nostri vecchi, gli schiavi e le levatrici che allattavano i figli dei bianchi!  Sapevano leggere ogni piccolo dettaglio perché da quel dettaglio dipendeva la vita o la morte!”

Periferie del mondo, e la tra le persone abbandonate al loro destino che noi cercavamo di aiutare, c’era anche Kevin che ogni giorno giocava la stessa partita………………
E mi trasformo in Kevin

IL PRIMO narratorE entra dalla quinta laterale destra e guardandosi indietro chiude una porta lentamente come per non svegliare qualcuno

(la sua famiglia che ancora dorme dentro la casa parrocchiale dove abita, )


È mattina presto è fa freddo, si guarda intorno e in lontananza, come sempre vede Kevin, e rivolgendosi al pubblico, con un sorriso,  inizia a raccontare la sua storia con l’incipit:

- “Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita…… “

guardandolo e puntando il dito verso di lui,  girandogli intorno (Kevin non si accorge di lui, è nel suo mondo, si muove con la sua palla, simula un lancio).



NARRATORE (2 LETTORI )  : Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita.

Ogni mattina lo trovavo lì nel parcheggio davanti alla chiesa,

accanto a lui, fedele compagno, un carrello della spesa che lui chiamava PiglyWigly,
che era nome del supermercato dove aveva preso il carrello e dove portava tutta la sua vita ammucchiata ed appesa.


Viveva lì Kevin, in strada, scappava sempre dal dormitorio degli homeless

 diceva che doveva andare a giocare la sua partita, la sua partita!

Giocava la sua partita di baseball tutti i giorni, sotto quel cielo grigio di periferia,

cappello a visiera schiacciato in testa occhi piccoli barba lunga e un bel sorriso sempre in faccia,gambe leggermente aperte e ginocchia un po' piegate, busto di lato e in mano la sua palla di baseball sempre quella, la stessa palla di sempre che lui stesso aveva autografato.

Kevin diceva che era stato, anzi era ancora un giocatore di baseball professionista, era lui il campione! diceva Kevin.

La mattina io uscivo molto presto, camminavo verso il parcheggio e lo trovavo sempre lì,un giorno gli chiesi "How old are you Kevin?”

Lui arrabbiato rispose -  "How old? Vecchio io? Io non sono vecchio! Io gioco la mia partita!  Io vivo il tempo della mia partita, io gioco, io gioco a Baseball!"

 Di Kevin si sapeva poco, chi fosse da dove venisse, alcuni amici della parrocchia ci avevano raccontato che l'avevano trovato tanti  anni fa, una mattina lì nel parcheggio riverso per terra stordito e insanguinato.

Non si seppe mai di preciso cosa davvero gli fosse successo, si presumeva che l'avessero picchiato perché colpevole di essere senza casa e Afro Americano.

 A chi domandava spiegazioni lui diceva che un giocatore della squadra avversaria aveva perso la testa al suo ennesimo lancio perfetto,  e che l'aveva rincorso con la mazza da baseball tirandogliela in testa e la partita era stata interrotta a quel punto.

Trovato riverso nel parcheggio i volontari lo avevamo portato all'ospedale e lì era rimasto ricoverato per due giorni, curato e ripulito.

Gli avevano offerto vestiti nuovi ma li aveva rifiutati, aveva accettato però che ripulissero i suoi e che sistemassero il cappello a visiera.

Gli avevano poi proposto di entrare in una comunità per gli homeless gestita da una associazione di volontari, ma lui aveva rifiutato, aveva detto che doveva giocare, doveva finire la sua partita di baseball!

La sua partita di baseball nel project, così chiamano i quartieri popolari come Gate City, persi nella periferia di Birmingham Alabama,

periferia fatta di svincoli, centri commerciali e super mercati, periferia uguale a tante periferie di quelle città statunitensi, monumenti di un illusorio benessere consumistico e niente più. 

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A Birmingham Alabama, dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi che si innalzavano come invalicabili muri, ben nascosti ci sono i quartieri popolari come Gate City dove era situata la parrocchia.

Il nome definiva bene la realtà e la emarginava dal resto del mondo, Gate City Città cancello o inferriata. 

E così si sentiva chi viveva a Gate City, rinchiuso, isolato abbandonato, scartato, incatenato alla povertà nel centro dell’impero, nel bel mezzo del paese più ricco del mondo.

A Birmingham Alabama nel quartiere popolare chiamato Gate City, tra le persone abbandonate al loro destino che noi con altri volontari cercavamo di aiutare,

 c'era anche Kevin che tutte le mattine nel parcheggio di fronte la chiesa sotto quella cicatrice di cielo nelle periferie del mondo, giocava la partita della vita, tutti i giorni al sorgere del Sole la stessa partita.

Non so dire che metafora, che significato profondo o meno ci fosse in tutto ciò, che lui avesse un conto aperto con la vita era chiaro e che quel conto in sospeso fosse lì con lui in quel parcheggio di asfalto e cemento ogni mattina  in quella partita che non finiva mai lo era altrettanto.

Ma quando vedevo Kevin in lontananza in posizione da lanciatore con il cappello a visiera schiacciato in testa, all'improvviso guardando tutt'intorno riuscivo a vedere perfettamente le tribune la gente che gridava la banda che suonava i venditori di pop corn ed il parcheggio diventava uno stadio, la folla lo acclamava e Kevin era il campione!

Kevin campione campione!!!

Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita, tutti i giorni la stessa partita.La mattina quando mi vedeva mi salutava con un cenno della mano e mi diceva  KEVIN - "Ain't no worries italian boy, ain't no worries, this is just a baseball match, it's MY baseball match, and we've got all the time in the world, all the time in the world!

Narratore - Non ti preoccupare ragazzo italiano, non ti preoccupare, è solo una partita di baseball, è la MIA partita di baseball!

e abbiamo tutto il tempo del mondo, tutto il tempo del mondo!"



 Segue la testimonianza Il canto di Kevin………..:


“….sai amico, a volte dopo aver fatto qualcosa
io mi volto indietro e guardo per assicurarmi che sia tutto a posto
io quando faccio qualcosa poi mi volto per cercare qualcosa 
e trovo la mia vita lì del tutto compresa
la mia vita scompagnata e sola in attesa
in attesa 
sospesa sospesa

e sento

sento distintamente gli occhi del mondo addosso,
 sopra sotto e tutt’intorno!
sai amico, io a volte mi sento debole e vorrei che qualcuno scavalcasse il muro e scendesse ad aiutarmi
e che non rimanesse lì soltanto a guardare, ad aspettare per vedere che cosa succede
ma sotto questo cielo di periferia siamo soli
soli

come in bolle di sapone

sospese in volo

o come bicchieri di cristallo su bordo di un abisso

…………………..


that crystal time



and here it comes
that crystal time
between your sore ribs
and the shiny stars

and here it comes
that crystal time
the don't look back
don't ask for help

and here it comes
that crystal time
the one that flows
  as a sip of light

and here it comes
that crystal time
when days are dark
and nights are bright

and here it comes
that crystal time
when what does shine
 it's wrong inside

and here it comes
that crystal time
when the arrogants fall

and the weaks arise

and here it comes
 that crystal time
it is just Winter
passing aside
to heal your pains
and dry your tears
that crystal time
that crystal time
to quench your thirst
and knock you down,
but it won't hurt
once and for all
once and no more
that crystal time

that crystal time
that crystal time



- Quel tempo di cristallo

e poi arriva quel tempo di cristallo
tra le costole che fanno male
e le stelle che brillano


e poi arriva quel tempo di cristallo  del non guardare indietro
e non chiedere aiuto


e poi arriva quel tempo di cristallo, che scorre via lontano
  come un sorso luce


e poi arriverà quel tempo di cristallo quando i giorni saranno cupi
e le notti risplenderanno


e poi arriva quel tempo di cristallo
quando ciò che brilla
è marcio dentro

e poi arriverà quel tempo di cristallo
quando si alzeranno i deboli
e gli arroganti con i loro muri crolleranno




e poi arriverà quel tempo di cristallo, ma sarà solo l’Inverno
che ti passerà accanto
per curare i dolori e asciugare le lacrime
quel  tempo di cristallo



quel tempo di cristallo
che ti disseterà e ti sbatterà a terra
ma non farà male
una volta per tutte
una volta e per sempre
quel tempo di cristallo


quel tempo di cristallo

 quel tempo di cristallo

http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2016/12/quel-tempo-di-cristallo.html#!/2016/12/quel-tempo-di-cristallo.html


 (così conclude  Kevin il suo sermone, 
riprende il suo carrello, saluta il narratore  con un 5 e una stretta di mano
e si perde nella notte tra le strade buie del quartiere,
lontano

i NarratorI  rimanGONO lì sedutI  a guardare la notte che lo inghioia

Kevin (io) rimane in fondo sul palco e mima si muove parla con qualcuno che ha in testa
 poi mi togliero’ il giubbotto ed il cappello e lo posero su una sedia.

I narratorI lo guardaNO poi guardaNO  tutt’intorno e verso il pubblico e gridaNO

un grido che va fuori ma anche dentro!)


c’è nessuno in ascolto?
c’e nessuno in ascolto?





CompagnI di classe 2,  leggONO


 


A TUTTA L’AFRICA NEL MONDO



Africa che risuoni tra le baracche del barrio

Africa nel volto di un mendicante loco e solitario

Africa nei bambini ai bordi della via

Africa rispondimi ovunque tu sia!.


Ti ho visto in Colombia negli occhi stanchi di un pescatore,

ti ho visto su impalcature lavoravi muratore,

vendevi maracuja correndo ad una macchina

col finestrino alzato spiegavi il prezzo con la mimica.


Africa rinchiusa dietro le sbarre di una cella

guardavi nascer l’alba, sempre uguale, sempre quella.

Sotto le stelle che ti avevan vista schiava,

tuo figlio sconcertato la ragione domandava.


La ragione di tanta violenza perpetrata

da uomini spinti da avidità sconfinata

su milioni di altri uomini catturati e incatenati

per lavori inumani al nuovo mondo destinati.


Pochi arrivano vivi a Salvador Bahia,

incatenati e buttati nella polvere della via.

A te figlio che la ragione domandavi,

a te questo pianto eterno della tratta degli schiavi.


Quanta Africa persa sulle vie del mondo.


Ti ho visto nel Nord America nelle grandi città,

morire al gelo di un inverno senza pietà.

Ti ho visto furiosa vicino al fuoco cantare,

ti ho visto nei ghetti vivere ed odiare.


Ti immagino nelle grandi distese pastore nomade

muovendo i tuoi passi in valli e terre umide.

Ti immagino nel Sahel sopravvivere la siccità

con un unico sogno, migrare in città.


Cercare fortuna nel ricco occidente

e fuggire l’ingiustizia di una dittatura opprimente.


Quanta Africa persa sulle vie del mondo.

Quanta Africa sofferente al freddo dell’inverno,

a te questo canto fatto con il tuo pianto eterno


ma il tuo tempo è arrivato! Africa in cammino

Africa porto sicuro dove il cuore va a riposare sereno

 questo è l’inizio della nuova era 

 a te mi inchino Africa e chiedo perdono

per sentieri e periferie io sono soltanto un povero pellegrino

e tanta Africa ho visto persa sulle vie lontano

e a te dedico questo canto umile

a te Madre Africa anima sensibile  





Marco Bo

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UN COMPAGNO PRENDERà IL GIUBBOTTO E IL CAPPELLO LO INDOSSERà E SI CORICHERà SULLE SEDIE E SI ADDORMENTERà AL CANTO DELLA NINNA NANNA

(MLK - U2)

Sleep
Sleep tonight
And may your dreams
Be realized
If the thunder cloud
Passes rain
So let it rain
Rain down on him
So let it be
So let it be


Sleep
Sleep tonight
And may your dreams
Be realized
If the thundercloud
Passes rain
So let it rain
Let it rain
Rain on him




friendly assesment n. 2 - the silence


at any time of any day
under any suburban sky

thinking of yourself as something else than yourself
hand in hand with  the fragilities  that you can no longer hide
  and the things that you cannot repair
neither  " make more efficient"

something else than yourself
and not saving anything for yourself
giving  all away for thy neighbor
any neighbor of yours

and just like so remaining, waiting for a grace
and embroidering between  smiles and tears , the silence
in this corner of the universe

the silence
  still and forever
or at least until you will have  the strength to believe
that your hand holding your other hand
is the lifeline
adrift in this grey suburban sea

Marco Bo

16/02/17

constatazione amichevole n. 2 - il silenzio

ad una qualsiasi ora di un qualsiasi giorno
sotto un qualsiasi cielo di periferia

pensare a te stesso come altro da te
mano nella mano alle fragilità che non sai più nascondere

 ed alle cose che non riesci ad aggiustare
e nemmeno ad "efficentare!"


altro da te
e non conservare niente per te
regalare tutto al tuo prossimo
qualsiasi prossimo tuo


e così rimanere in attesa di una grazia
e ricamare tra lacrime e sorrisi il silenzio
presso quest'angolo d'universo


silenzio
 non ancora e per sempre
o almeno fino a che tu avrai forza di credere
che la tua mano che stringe l'altra tua mano
sia l'ancora di salvezza
alla deriva in questo grigio mare di periferia


Marco Bo

http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2017/02/jointly-agreed-accident-report-n-2.html#!/2017/02/jointly-agreed-accident-report-n-2.html



 

14/02/17

friendly assesment report n. 1 - the conditioning casing


at any time of any day
under any suburban sky
the conditioning casing opened upon us
at the very moment when we have all closed our eyes
and  pretended not to see


thereafter,
  certified the fact that no one wanted to enter in each other's circumstances
it was decided to return each in one own casing
until any indifferent epilogue
with random compensation


Marco Bo
 

constatazione amichevole n.1


ad una qualsiasi ora di un qualsiasi giorno
sotto un qualsiasi cielo di periferia
l'involucro del condizionamento si è aperto su di noi
nel preciso istante in cui noi tutti abbiamo chiuso gli occhi
e abbiamo fatto finta di non vedere


successivamente certificato il fatto
che nessuno volesse entrare nelle altrui circostanze
si è definito di tornare ciascuno nel proprio involucro
fino ad un qualsiasi

indifferente epilogo
con risarcimento casuale


Marco Bo
http://cantidallaperiferiadelmondo.blogspot.it/2017/02/accident-report-n-1.html#!/2017/02/accident-report-n-1.html


13/02/17

della nostra martoriata umanità


sotto questo grigio cielo di periferia
 non basta più chiedere perdono
 e poco importa il pentimento ricamato nel vento con fragili parole


è tempo di migrare e rinascere ancora nelle cose semplici
e nelle inevitabili carezze scagliate sulla nostra nuda consapevolezza che ancora oltre e nonostante tutto,
riconoscere sappiamo tra le mortificate pieghe di questa nostra martoriata umanità


Marco Bo
 

speranza respiriamo

 
sotto questo grigio cielo suburbano
la vita scivola via come una goccia d'acqua
sulla lama affilata di un coltello
e pensare che un abbraccio basterebbe a trattenerla e proteggerla ancora

frasi spezzate sprofondano in pozzanghere di sogni infranti
e un semplice grazie come fuoco di salvezza nella notte,
 saprebbe riportarle a galla  

lunghi tramonti polari insistono con il loro gelido buio sui nostri occhi
eppure per ogni crepa un po' di fango per riparare l'anima in pena
per ogni abisso un appiglio a cui aggrapparsi e resistere
 ancora

così piano
speranza
respiriamo

 Marco Bo

 

10/02/17

storie dalle periferie del mondo - la terra spazzata dal vento


“la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo….”così ci salutava La Negra Luz Marina ogni volta che passavamo da casa sua,
 
io giravo la chiave per accendere il motore della macchina e puntavo gli occhi allo specchietto retrovisore e la vedevo lì, diritta in piedi con la scopa in mano, la gonna che ballava nel vento, il suo cane Llovizna che le scodinzolava intorno
i bambini che giocavano con le biglie per terra, i ciondoli di argilla che tintinnavano la loro melodia…
e lei con la mano alzata che ci regalava la sua benedizione, potevamo andare via


la terra spazzata dal vento è più pulita di qualsiasi pavimento di marmo
mi accomodavo nel sedile e puntando gli occhi in avanti, guidavo piano per evitare le buche sulla via del ritorno


la terra spazzata dal vento................
era serena la sua voce, pensavo,
aveva il sapore e il profumo delle cose in cui lei credeva

lo viveva ogni singolo giorno che il destino le mandava in terra


e non aveva paura nel cantarlo ogni giorno a chi la visitava,
 ogni sera come fosse una ninna nanna

la Negra viveva  da sola da tanti anni,


da sola, lei e i suoi figli

 viveva all’entrata de El Rosario un piccolo paese di artisti allevatori e commercianti sulla via verso Ciudad Dorada

la sua era una piccola storia, noi la conoscevamo soltanto per quell’ultimo frammento che ci univa in quel momento,


i corsi di artigianato in argilla che insieme a noi volontari  portava presso quelle periferie del mondo,

e per quella  cantilena, quella preghiera la conoscevamo
la terra spazzata dal vento è più pulita.........


così ci salutava ogni volta La Negra e poi rimaneva lì ferma con la mano alzata fino a quando noi scivolavamo dietro la curva e tornavamo sulla via principale quella che portava alla Carrettera Panamericana

quelle strade,
 vene che scorrevano nella terra rossa e blu, mescola di sabbia e argilla antica

era una geografia quella che vista dall’alto sembrava un corpo scorticato dal tempo e dal vento

e gli uomini e le donne e gli animali che ci vivevano sopra con disperazione sembravano globuli rossi impazziti  in continua migrazione verso l'El Dorado

così avevamo aperto gli occhi noi su quella nostra nuova terra all’arrivo un giorno qualsiasi sul volo del pomeriggio dalla capitale

e laggiù in fondo a quelle strade tra i mille incroci di quella rete infinita di vene e di arterie, c’era anche lei Luz Marina,
da tutti conosciuta come La Negra

 il primo giorno, quello dell’assemblea di presentazione nella comunità del nostro progetto,

alla domanda di raccontarsi rivolta ai partecipanti
La Negra alzò la mano e dopo qualche secondo, raccolta l’attenzione nello spazio come il silenzio tra il lampo e il tuono ,

si alzò e disse

- io sono Luz Marina conosciuta come La Negra
e secondo la mia esperienza di vita la vera arte è quella di spogliarla la vita e decorare di nuovo la nudità, la fragilità dell’esistenza
e questo provo a fare a casa mia con argilla colori tessuti pietre, terra rossa, essenza di cannella

e con versi musica e parole al vento……-

e quando qualcuno dice con le parole con il corpo e con le mani
e lì  che inizia un nuovo cammino....................




Marco Bo


 

dialoghi con le periferie del mondo, cos'è la vita

sotto questo grigio cielo di periferia che cos'è la vita? è la cura donata e ricevuta in dono, un po' e un po' è un insieme di a...