27/06/12

Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita. Birmingham Alabama 1999


 
Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita.
Ogni mattina lo trovavo lì nel parcheggio davanti alla chiesa,
accanto a lui, fedele compagno, un carrello della spesa che lui chiamava PiglyWigly,
che era nome del supermercato dove aveva preso il carrello e dove portava tutta la sua vita ammucchiata ed appesa.

Viveva lì Kevin, in strada, scappava sempre dal dormitorio degli homeless
 diceva che doveva andare a giocare la sua partita, la sua partita!

Giocava la sua partita di baseball tutti i giorni, sotto quel cielo grigio di periferia,
cappello a visiera schiacciato in testa occhi piccoli barba lunga e un bel sorriso sempre in faccia,
gambe leggermente aperte e ginocchia un po' piegate,
busto di lato e in mano la sua palla di baseball sempre quella, la stessa palla di sempre che lui stesso aveva autografato.

Kevin diceva che era stato, anzi era ancora un giocatore di baseball professionista, era lui il campione! diceva Kevin.

La mattina io uscivo molto presto, camminavo verso il parcheggio e lo trovavo sempre lì,
 un giorno gli chiesi "How old are you Kevin?”
Lui arrabbiato rispose "How old? Vecchio io?
Io non sono vecchio! Io gioco la mia partita!
Io vivo il tempo della mia partita,
io gioco, io gioco a Baseball!"
 
 
Di Kevin si sapeva poco, chi fosse da dove venisse, alcuni amici della parrocchia ci avevano raccontato che l'avevano trovato anni prima una mattina lì nel parcheggio riverso per terra stordito e insanguinato.
 
Non si seppe mai di preciso cosa gli fosse successo,
si presumeva che l'avessero picchiato perché colpevole di essere senza casa e
Afro Americano.

 A chi domandava spiegazioni lui diceva che un giocatore della squadra avversaria aveva perso la testa al suo ennesimo lancio perfetto e che l'aveva rincorso con la mazza da baseball tirandogliela in testa e la partita era stata interrotta a quel punto.

Trovato riverso nel parcheggio i volontari lo avevamo portato all'ospedale e lì era rimasto ricoverato per due giorni, curato e ripulito.
Gli avevano offerto vestiti nuovi ma li aveva rifiutati, aveva accettato però che ripulissero i suoi e che sistemassero il cappello a visiera.
Gli avevano proposto di entrare in una comunità per senza casa gestita da una associazione di volontari, ma lui aveva rifiutato, aveva detto che doveva giocare, doveva finire la sua partita di baseball!

La sua partita di baseball
nel project, così chiamano i quartieri popolari come Gate City,
persi nella periferia di Birmingham Alabama,
periferia fatta di svincoli, centri commerciali e super mercati.
 
Periferia uguale a molte periferie di quelle città statunitensi, monumenti dì un illusorio benessere consumistico e niente più.
 
Dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi, ben nascosti ci sono i quartieri popolari come Gate City dove era situata la parrocchia.
Il nome definiva bene la realtà e la emarginava dal resto del mondo, Gate City Città cancello o inferriata.
 
E così si sentiva chi viveva a Gate City, rinchiuso, isolato, incatenato alla povertà nel centro dell’impero, nel bel mezzo del paese più ricco del mondo.

A Birmingham Alabama nel quartiere popolare chiamato Gate City, tra le persone abbandonate al loro destino c'era anche Kevin che tutte le mattine nel parcheggio di fronte la chiesa sotto quella cicatrice di cielo nelle periferie del mondo, giocava la partita della vita, tutti i giorni al sorgere del Sole la stessa partita.

Non so dire che metafora, che significato profondo o meno ci fosse in tutto ciò,
che lui avesse un conto aperto con la vita era chiaro e che quel conto in sospeso fosse lì con lui in quel parcheggio di asfalto e cemento ogni mattina  in quella partita che non finiva mai lo era altrettanto.
 
Ma quando vedevo Kevin in lontananza in posizione da lanciatore con il cappello a visiera schiacciato in testa, all'improvviso guardando tutt'intorno riuscivo a vedere perfettamente le tribune la gente che gridava la banda che suonava i venditori di pop corn ed il parcheggio diventava uno stadio, la folla lo acclamava e Kevin era il campione!
Kevin campione campione!!!
 
Kevin giocava tutti i giorni la stessa partita,
 tutti i giorni la stessa partita.
La mattina quando mi vedeva mi salutava con un cenno della mano e mi diceva


"Ain't no worries italian boy, ain't no worries, this is just a baseball match, it's MY baseball match, and we've got all the time in the world, all the time in the world!
Non ti preoccupare ragazzo italiano, non ti preoccupare, è solo una partita di baseball, è la MIA partita di baseball!
e abbiamo tutto il tempo del mondo,
  tutto il tempo del mondo!"

Marco Bo



 







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