12/12/11

dedicato a tutta l'Africa nel mondo.


Birmingham, Alabama 1999

A Birmingham, Alabama quella mattina sotto un grigio cielo di periferia,
ero insieme a Doc, un amico afroamericano molto attivo nella parrocchia.
Doc era in pensione, aveva quasi settant’anni, cappello a visiera sempre in testa ed un gran bel sorriso sempre in faccia.

A chi gli domandava “How’s Goin’ Doc?” “com’e va Doc?” lui rispondeva sempre
“ I can’t complain my friend, I can’t complain”,
non mi posso lamentare diceva Doc.
Doc, ogni volta che lo guardavo mi ricordava il personaggio della vecchia serie televisiva “Sanford & Son”.
Questa strana sensazione lo sempre avuta negli anni trascorsi negli USA.
La mia generazione è cresciuta con l’immagine dei serial televisivi, dei film, prima sul selvaggio West, poi sulla sconfinata provincia dell’interno e poi sulle grandi metropoli, i grattacieli, i tombini fumanti e le vecchie chevrolet.
Nel momento in cui ci si trova immersi davvero anima a corpo in quella
realtà si prova una sensazione di già visto, già immaginato e di
straniamento al tempo stesso. Sarà vero tutto questo o è solo finzione?Ci si domanda.
La realtà si sovrappone e si dissolve nella fantasia e viceversa.
 Si guarda un po’ tutto come attraverso l’occhio di una cinepresa.
Bisogna fare uno sforzo e con determinazione cercare sotto l’apparenza e sotto la superficie.
Tirare via con forza la prima patina di pellicola cinematografica per capire le emozioni vere che si muovono sotto e nel cuore della gente.
Quella mattina sul suo vecchio truck di Doc  ormai in pensione anche lui, ma che per tanti anni era stato il suo unico compagno sulle strade degli USA da Sud a Nord, da costa a costa, andavamo al centro di raccolta per il riciclaggio dei rifiuti.
Doc autista semplice in gioventù, aveva poi messo su la sua compagnia di trasporto, 2 camion con i quali viaggiava sulle strade dell’unione. “.. Ho viaggiato per tutti gli States per 40 anni amico mio, per 40 anni!”.
Quel giorno trasportavamo un carico di cartoni raccolti nella parrocchia.
Io annuivo e guardavo dal finestrino la periferia di Birmingham fatta di svincoli, centri commerciali e super mercati.
Periferia uguale a tutte le periferie delle città statunitensi, monumenti dì un illusorio benessere consumistico e niente più.
Dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi, ben nascosti i quartieri popolari come “Gate City” dove era situata la parrocchia.
Già il nome definiva bene la realtà e la emarginava dal resto del mondo: “Gate City” cioè : “ Città cancello, o inferriata”.
E così si sentiva chi viveva a Gate City, rinchiuso, isolato, incatenato alla povertà nel centro dell’impero, nel bel mezzo del paese più ricco del mondo.
“..Caro amico italiano, in verità sono molto preoccupato!” Doc interruppe di colpo i miei pensieri.
“..E si, sono davvero preoccupato da quello che sta succedendo ai nostri figli!”.
Io guardavo il profilo di Doc ed ascoltavo quello che diceva con
attenzione, cose che già sapevo o per lo meno intuivo e per le quali già avevo provato dolore in passato.
Ora per la prima volta le emozioni e la sofferenza prendevano parola e corpo e mi entravano in testa e nel petto come frecce.
“… La mia generazione, noi abbiamo vissuto la segregazione razziale, i miei nonni erano schiavi, noi abbiamo lottato per i diritti civili, io ho conosciuto Martin Luther King ed ho marciato con lui ed ho visto quando l’hanno preso ed imprigionato.
Io ricordo quella mattina quando hanno messo la bomba alla chiesa battista e quattro povere bambine del coro sono saltate in aria.
Sono saltate in aria mentre cantavano a nostro Signore.!
Ed anch’io ho marciato su Selma quella sanguinosa domenica quando la polizia di Birmingham ha sparato sulla gente indifesa mentre stavano attraversando il ponte…..”
Io ascoltavo con determinazione e attenzione per fissare tutto quanto, allo stesso modo di quando si preme con forza sul foglio bianco con una matita spuntata per annotarsi qualche appunto importante, qualcosa che si ha timore di non riuscire più a leggere
perfettamente.
“…. E adesso? E adesso.. tu li vedi fratello mio.
Tu li vedi i nostri ragazzi, le nostre ragazze. Tu li vedi i nostri figli, i
nostri nipoti. Non possono uscire da Gate City, sono imprigionati qui con il
crack, con le bande, con la violenza…”
Nella periferia di Birmingham in Alabama dietro lo svincolo della highway, dietro la collina e le insegne pubblicitarie più grandi, ben nascosti ci sono i quartieri popolari come “Gate City” dove vive un po’ di quell’Africa persa sulle vie del mondo.
Quell’Africa portata qui schiava ed ora libera di vivere nell’emarginazione e nell’abbandono nel bel mezzo del paese più
ricco del mondo costruito in buona parte da quella stessa Africa schiava.
Dolore, abbandono, crack, alcol e povertà ma anche tanta fierezza ed orgoglio di antico retaggio africano ho visto nei “Projects” i
quartieri popolari di Birmingham in Alabama nel bel mezzo dell’impero del benessere.
 

A TUTTA L’AFRICA NEL MONDO

Africa che risuoni tra le baracche del barrio
Africa nel volto di un mendicante loco solitario
Africa nei bambini ai bordi della via
Africa rispondimi ovunque tu sia.

Ti ho visto in Nicaragua negli occhi stanchi di un pescatore,
ti ho visto su impalcature lavoravi muratore,
vendevi maracuja correndo ad una macchina
col finestrino alzato spiegavi il prezzo con la mimica.

Africa rinchiusa dietro le sbarre di una cella
guardavi nascer l’alba, sempre uguale, sempre quella.
Sotto le stelle che ti avevan vista schiava,
tuo figlio sconcertato la ragione domandava.

La ragione di tanta violenza perpetrata
da uomini spinti da avidità sconfinata
su milioni di altri uomini catturati e incatenati
per lavori inumani al nuovo mondo destinati.

Pochi arrivano vivi a Salvador Bahia,
incatenati e buttati nella polvere della via.
A te figlio che la ragione domandavi,
a te questo pianto eterno della tratta degli schiavi.
Quanta Africa persa sulle vie del mondo.

Ti ho visto nel Nord America nelle grandi città,
morire al gelo di un inverno senza pietà.
Ti ho visto vicino al fuoco cantare,
ti ho visto nei ghetti vivere ed odiare.

Ti immagino nelle grandi distese pastore nomade
muovendo i tuoi passi in valli e terre umide.
Ti immagino nel Sahel sopravvivere la siccità
con un unico sogno, migrare in città.

Cercare fortuna nel ricco occidente
e fuggire l’ingiustizia di una dittatura opprimente.
Quanta Africa persa sulle vie del mondo.
Quanta Africa sofferente al freddo dell’inverno,
a te questo canto fatto con il tuo pianto eterno

ma il tuo tempo è arrivato
 Africa in cammino!
porto sicuro è l’Africa dove il cuore va a riposare sereno
 questo è l’inizio della nuova era 
 a te mi inchino Africa e chiedo perdono
per sentieri e periferie io sono soltanto un povero pellegrino
 e quanta Africa ho visto persa sulle vie del mondo
 a te dedico questo canto umile
a te Madre Africa anima sensibile  

a te Madre Africa anima sensibile  

Marco Bo. CANTI DALLA PERIFERIA DEL MONDO







2 commenti:

Anonimo ha detto...

BELLO MOLTO INTERESSANTE GRAZIE, GRAZIE PER LE SCRITE E L INTERPRETAZIONE FAVOLOSO. NON DIMENTICARE MAI I NOSTRI ORIGINI... VIVA AFRICA.MBACKE KHADY

Perchè ci mettiamo in cammino ha detto...

Grazie! non ho ancora avuto la fortuna di visitare Africa ma tanta Africa ho conosciuto per le vie del mondo. Spero un giorno di arrivarci. Dedicato a tutta l'Africa la culla dell'umanità!

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