12/05/12

Chi può dire di che carne sono fatto......




"..Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. 


Adesso che il mondo l'ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.


 Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. 


Si fa l'uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C'è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo.


Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.
Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. 


Da un anno che lo tengo d'occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono con tempo e l'esperienza. Possibile che anche a quarant'anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos'è il mio paese?.."
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"..C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. 


Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “ Ecco cos’ero prima di nascere”.


Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. 


Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione..."

La luna e i falò . Cesare Pavese



11/05/12

1987 Bellbrook Ohio, di come ha avuto inizio il grande viaggio per le periferie del mondo e di una folle notte e del gruppo di amici


Ricordi di gioventù, particolari minimi, marginali,
briciole di spazio e di tempo salvate qua e là……
Correva l’anno 1987 avevo diciassette anni ed ero un Senior , uno studente dell'ultimo anno di High school negli USA, a Bellbrook nello stato dell’Ohio.

Era il mio anno d’interscambio studentesco con l’associazione Intercultura, mancava poco alle vacanze di Natale, il freddo era intenso sulle pianure dell’Ohio, non riuscivo ad abituarmi a quel gelo intenso e solido,  anche se arrivavo dagli umidi e freddi inverni del Monferrato costantemente immerso nella densa foschia.



L’anno scolastico in USA, che all’inizio faceva un po’ paura, stava passando come un lampo e come  d’abitudine gli studenti dell'ultimo anno dovevano fare qualcosa di grande per essere ricordati dalle classi future.

Il giorno prima della chiusura Natalizia, durante la pausa pranzo nella mensa della scuola il gran consiglio segreto dei Seniors al quale io ero stato ammesso soltanto perché  “ you are a strange looking italian guy, dude!” si decise che avremmo toilet paper the school!
Cioè avremmo avvolto la scuola con la carta igenica! Rotoli e rotoli di carta igenica.

Appuntamento alle 3:00 del mattino davanti alla scuola, ognuno doveva arrivare con mezzi propri di nascosto da genitori e parenti e con estrema cautela, perché il locale Marshall lo sceriffo locale era particolarmente cattivo ed in quel paesino nella periferia di Dayton ogni scusa era buona perché  lui scatenasse la sua furia da Giustiziere e da Moralizzatore!.

Quindi con estrema cautela, arrivammo alla scuola con ogni mezzo, a piedi in bici, chi in macchina, e cominciammo ad avvolgere la scuola nella carta igienica compresi alberi antistanti e tutt'intorno.

Avevamo anche bombolette spray e iniziammo ad imbrattare le finestre della scuola ed in quel momento, il mio lampo di genio, preso dalla foga e dall'eccitazione del gruppo e del proibito, iniziai a scrivere sulla finestra:

BUON NATALE! Ma arrivato a BUO….. sentimmo dietro le spalle due macchine che arrivavano a tutto gassssss e che inchiodavano nel parcheggio della scuola con i lampeggianti accesi, era lo sceriffo che con l'altoparlante iniziò a gridare:
"Fermi tutti siete in arresto!!!" ed i suoi aiutanti presero a correre verso di noi.

Panico, il panico! Tutti presero a correre, ognuno per se e ci disperdemmo nei campi intorno alla scuola nel buio pesto di quella notte nuvolosa e senza stelle, intorno grida e luci, lampeggianti che ci rincorrevano, io correvo con il cuore in gola e pensavo:
" Se mi beccano mi rispediscono subito in Italia e qui finisce la mia grande avventura americana!"

Correvo e rotolavo giù per le colline e sentivo dietro di me il fiato di qualcuno, non sapevo se poliziotto o compagno di scuola, ma non potevo girarmi a vedere, continuavo a correre pensando che gli allenamenti di track team mi stavano tornando finalmente utili, tanto che ero riuscito a seminare il mio inseguitore chiunque fosse.

 In quel momento vidi una baracca vicino ad un laghetto, m’infilai nella baracca, buio pesto, all'improvviso si aprì una botola, erano altri studenti mi dissero" get down here quick!" Vieni giù veloce mi sussurrarono.
A quel punto mi sembrava  veramente di essere piombato, sprofondato in uno di quei film horror  tipo Venerdì 13 o  Nightmare! Freddy Krueger poteva spuntare in qualsiasi momento.

Rimanemmo lì per ore e ore, nel buio, intirizziti dal freddo pungente ed impauriti, paura ma anche eccitazione.
Passarono ore, non so quanto, nessuno di noi si azzardava a muovere un dito, silenzio assoluto, soltanto il suono delle sirene e la luce dei lampeggianti che ogni tanto ci passavano sopra la testa.
Ed io pensavo a quanto cretino ero stato ad infilarmi in quel casino, ma in realtà il brivido e l’eccitazione mi scorreva in corpo come una scarica elettrica, e la cosa non mi dispiaceva.

Passarono ore, poi ci guardammo negli occhi e con un cenno d’intesa concordammo che il pericolo era passato.
Con cautela aprimmo la botola e ritornammo su e ci dividemmo, ognuno per se e “Hey, everybody, mouth shut!” Bocca chiusa, nessuno mai doveva raccontare cosa era successo e chi c’era quella notte.
E così ci dividemmo ed ognuno di noi  tornò a casa a piedi attraversando i campi e i cortili del retro delle case del paese, ogni tanto i cani ci sentivamo ed iniziavano a abbaiare furiosamente , in qualche casa si accendevano luci per capire cosa stesse succedendo, ad un certo punto vidi un’ombra di un tale che imbracciava un fucile! E caddi in terra rotolando sul selciato davanti alla casa del tipo che gridava “Stop, hey stop you fucking hassole!”

Arrivato a casa, scavalcai la staccionata ed entrai dalla porta del retro, al buio mi infilai nel letto e rimasi lì infreddolito e tirai il primo sospiro di sollievo della nottata.

La mattina al bagno mi resi conto dei danni collaterali della fuga nella notte, graffi e botte su gambe e braccia perché scappando tra le colline e scavalcando staccionate ero più volte rotolato in terra tra rami e rovi.

Sull’autobus della scuola giravano voci che lo sceriffo aveva preso qualcuno, ma nessuno aveva parlato, nessuno aveva tradito gli altri nonostante la notte in cella e la sospensione da scuola.

Arrivati davanti alla scuola, la vedemmo ancora avvolta nella carta igienica e sulla finestra dell'ingresso, c'era scritto BUO..., molti nell'autobus e poi a scuola mi guardarono di nascosto con un sorriso d’intesa, avevo diciassette anni ero in America e mi sentivo grande, era l’inizio del mio grande viaggio per il mondo.

Dopo quell’anno sarei andato a scoprire il grande Sud, l’America Latina e da allora non mi sono mai fermato, continuo a camminare per le periferie del mondo ed a raccogliere particolari minimi, marginali briciole di spazio e di tempo salvate e raccolte qua e là……e la domanda rimane sempre lì, sulla strada sul cammino:

cosa portiamo da un punto all’altro del nostro cammino dalla partenza all’arrivo dall’andata al ritorno? il racconto del mio cammino a tutti i miei cari agli amici ed alla poiana che vola sola sui vigneti e le colline, all'eterna foschia ed alla solitudine delle Ande, ai vulcani imponenti del Nicaragua, al cielo tropicale, al lago calmo della sera, ai pescatori all'oceano ed a chi nonostante il freddo di questo stanco ed insipido mondo artificiale continua a conservare la rivoluzione nel cuore!



Marco Bo. Perchè ci mettiamo in cammino





07/05/12

Calle Florida, Buenos Aires Argentina






Calle Florida, Buenos Aires Argentina
 a passeggio per la via

CALLE FLORIDA – BUENOS AIRES ARGENTINA

Calle Florida Buenos Aires Argentina
Calle Florida, tango en la esquina.
Calle Florida l’artista Gaucho canta e balla fino a mattina.
Calle Florida è sera e cammino,
tango agli angoli di strada e il cappello dei pesos mi passa vicino.

Calle Florida venditori ambulanti stanchi seduti contro il muro,
Calle Florida maghi e fattucchiere che vendono il futuro.
Calle Florida ristoranti e pizzerie, italiani d’Argentina.
Il capo italiano da dietro il bancone con naso da gufo
controlla camerieri e clienti fino a mattina.
Calle Florida mi siedo a un caffè,
ordino un cortado fumo un cigarrillo e penso a te.

Calle Florida Buenos Aires Argentina,
la gente en la calle balla fino a mattina.
Mentre il rey Maradona è solo, trattiene il respiro e guarda dalla
finestra la sua amante Argentina
e poi prende fiato per il sospiro più lungo che lo accompagni fino a
mattina.
Calle Florida Buenos Aires Argentina.


Marco Bo: Perchè ci mettiamo in cammino


06/05/12

in viaggio da Santa Fè de Bogotà a Cali, cent'anni di solitudine e qualche intruso sulle Ande Colombiane

in Colombia sulla strada che dalla capitale Santa Fè de Bogotà
porta a Cali nel Valle del Rio Cauca, sulle montagne sotto la pioggia incessante, 

un contadino a cavallo 
e dietro l’ennesimo tornante  una baracca in
bilico sul ciglio della strada ed un enorme insegna di una nota bibita gassata


io guardando dal finestrino mi chiedevo


 ” Saranno lì da un giorno o da un
centinaio d’anni?”


La sierra colombiana avvolta nella
perenne foschia, la pioggia
infinita, la sensazione di essere entrato in un romanzo di Garcia Marquez, 

quello che descrive Gabriel Garcia Marquez nei
suoi romanzi.....

cent'anni di solitudine e qualche intruso sulle Ande in Colombia sulla strada che dalla capitale Santa Fè de Bogotà
porta a Cali nel Valle del Rio Cauca




Il racconto le radici e il paese.

Racconto, parole, riconoscersi, restituire il racconto, confermare la propria identità nel racconto e nell'ascoltare il racconto.

Siamo in fondo ora come eravamo migliaia di anni fà, quando migravamo nomadi.



Non importa se siamo nati e cresciuti sull'asfalto e sul cemento, in spazi artificiali, in non-luoghi, sotto cieli di aria condizionata, nonostante questo nel fondo siamo sempre uguali, apparteniamo alla terra e la terra e le radici cantiamo.

Un libro molto bello di Bruce Chatwin Le vie dei canti, racconta degli aborigeni australiani che cantano ogni cosa,ogni luogo e cantando e raccontando quel luogo entrano in unione con il luogo stesso ed il luogo prende vita.

Nel racconto noi diventiamo terra radici paese, e qui ancora torno a citare Cesare Pavese, La luna e i falò:

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Ho avuto la fortuna di vivere per molti anni in America Latina ed il raccontarsi continuo, il confermarsi a vicenda spesso ripetendo lo stesso racconto mille volte è parte della vita quotidiana ed è ricchezza inestimabile.

Marco Bo





03/05/12

Italiani altrove, cartolina dall'Argentina L'ancora di salvezza





Si presentò all'aeroporto di Buenos Aires rilassatamente in tenuta da italiano d'Estate la domenica mattina :  bermuda , maglietta polo Lacoste, infradito e gazzetta dello sport sotto braccio. 
                                      
 Perché B. Aires in particolare  la domenica mattina potrebbe essere qualsiasi luogo in Italia, soprattutto dell’Italia del sud.

L'avevo conosciuto l'anno prima durante una missione imprenditoriale in Argentina, al tempo dava una mano alla camera di commercio italiana a B. Aires come interprete per delegazioni di Italiani in visita. 
      
   Lo faceva per hobby, non aveva problemi economici, lo faceva soltanto per aver l'occasione di incontrare altri paesani italiani.

Antonio, romano de Roma! stava bene in Argentina, ma un po' di nostalgia per il Bel Paese si respirava, si sentiva intorno a lui, mentre gesticolava animatamente  e si passava le mani tra i capelli. 
                           
    La stessa nostalgia di tanti italiani sparsi per il  mondo che ho incontrato in tanti anni di viaggi all'estero.
Al mio arrivo ci salutammo con un forte abbraccio ed una pacca sulla spalla come fanno i vecchi amici, ci avviammo alla macchina e ci dirigemmo per prima cosa al Caffè di Angelo per gustare il miglior cappuccino di tutta B. Aires! Disse Antonio.  
                                                                                                                                Ottimo, ma non l'ideale in quel preciso istante, avevo ancora il metabolismo e fuso orario sottosopra perché atterrato da Santiago del Chile dove ero arrivato dall'Italia soltanto tre giorni prima.

Sorseggiammo il cappuccino, Antonio leggeva la gazzetta e dopo qualche accidenti inviato all’indirizzo della Roma che n'altra volta aveva sbagliato la campagna acquisti!, ma tanto la Roma di Liedholm e Falcao non tornerà mai più! Detto questo alzando gli occhi dagli occhialetti da lettura e squadrando le occhiaie che avevo marcate in faccia:"Tu devi essere stanco!" Disse, "ti porto in albergo e ti passo a prendere per cena" .
Salutammo Angelo del Bar paesano di Napoli e tornammo in macchina.

 La macchina, italiana naturalmente, era una Fiat Palio, un modello pensato in Italia e costruito solo in Brasile ed Argentina soltanto per il mercato sudamericano.                                                                                         Gli ricordai che io ero originario di Asti città del palio, quello più' antico di tutti! E che di quel modello l'avevo visto nascere quando lavoravo come portiere di notte nel più bell'hotel di Asti dove per alcuni mesi avevano alloggiato dei giovani ingegneri Turchi che lavoravano alla progettazione della Palio appunto. 
       
Mi disse che per lui avere una Fiat era importante, era un simbolo, un segno di distintinzione, Antonio voleva che si notasse subito che lui era italiano, italiano in Argentina, ma italiano!

La sua storia di migrazione era recente e non legata a motivi economici ma a circostanze della vita, in particolare ad una depressione causata da un lutto in famiglia ed all'amore incontrato lontano dall'Italia.

Antonio era di una buona famiglia borghese di Roma, lui e il fratello maggiore avevano frequentato le scuole Americane perché i genitori ci tenevano che loro acquisissero una buona formazione internazionale.

 Il fratello maggiore aveva poi scelto la carriera militare  mentre Antonio  più avvezzo alle relazioni ed alla vita mondana aveva scelto economia e commercio.  Conclusa l'università' con scarso sforzo ma con risultato discreto, riuscì a trovare un buon posto a Berlino nel campo finanziario assicurativo.

Ed a quel punto iniziò per lui il periodo in cui la vita va, corre, corre senza posa a mille all'ora.                
 Trent'anni, Italiano in trasferta a Berlino, stimato e ben voluto, buona posizione professionale e sociale, cene con amici a disquisire di vini, cucina, macchine e donne, insomma nient'altro da chiedere alla vita.

Ed e proprio in quei momenti che la vita ti sorprende, di colpisce ai fianchi e ti mette KO.  Oppure ti si scarica addosso come un temporale estivo, come un fulmine letteralmente e ciel sereno.

Il colpo tremendo nel suo caso fu' un incidente in una missione militare all’estero in cui perse la vita il fratello.                                                                                                                                                                      Insomma il mondo intero gli crollò addosso “ Perché e come è stato possibile! Perché? Iniziò a chiedersi contorcendosi nel groviglio e nella confusione del dolore e del rammarico per tutte le parole non dette, per tutte le occasioni mancate, ma quando la vita gira a mille, non si ha bisogno di nient'altro, guardarsi negli occhi e dirsi ti voglio bene? e' scontato, e' una perdita di tempo.

Antonio sprofondò così in una grigia depressione, si lasciò andare e perse tutto lavoro, amici e si allontanò anche dalla famiglia. Tornato a Roma s'infilo' ancor di più nel vicolo senza uscita della nostalgia e dei ricordi, e così  i mesi trascorsero sempre più cupi.

Fino a che l’ancora di salvezza gli si presentò inattesa nelle sembianze di vecchio amico del tempo delle medie e del campetto da calcio del quartiere, delle infinite partite di calcio d'estate, quelle che alla fine crolli stremato in terra e guardi le nuvole passare fino a sera sognando di giocare in serie A e di gridare goal sotto la curva.
Lui, l'amico era partito dopo il Liceo e si era perso per il mondo, uno di quegli amici di cui si parla alle cene, elle riunioni di classe, e ci si riferisce a lui dicendo : chissà dove sarà adesso? 
  L'amico, dopo qualche anno trascorso vagabondando per il mondo, aveva fatto fortuna nel turismo ed aveva avviato diversi  alberghi specializzati  per turisti italiani, di quelli con formula all inclusive che sembra di stare a pensione completa a Cattolica pur trovandosi su un atollo delle piccole Antille.
Si incontrarono una sera a cena e l'amico disse ad A. " Tu devi andare via di qua, altrimenti ne esci pazzo e disteso! Vieni con me, ho un lavoro per te!" Gli disse.  
                                                                                    Antonio non ci pensò molto, non perché avesse fiducia incondizionata nell'amico, quanto perché in quei momenti, quando la vita ti e' passa addosso come un bulldozer, null'altro ti passa in testa e ci si lascia travolgere da qualsiasi cosa ti passi accanto, ci si appiglia per inerzia a qualsiasi cosa.

E fu così che Antonio iniziò la sua nuova vita di amministratore di alberghi, viaggiava senza sosta e controllava l'andamento contabile ed amministrativo degli alberghi e in pochi mesi divenne il mumero uno! la persona fidata, il supervisore perfetto, autoritario ma cordiale al tempo stesso, e si guadagnò la stima e l’affetto di tutti.

E così di nuovo la vita riprese a correre a mille all’ora, ed in quel momento Antonio iniziò a sentire approssimarsi l'angoscia, non all’improvviso, ma un po’ alla volta, come acqua che filtra in una roccia porosa e così un po’ alla volta si impadronì di lui la sensazione di rimanere senza fiato come quando  si sta a pelo d'acqua e si ha paura d'affondare,  e questo iniziò ad essere l'incubo ricorrente.

E fu allora che nuovamente l'ancora di salvezza arrivò e quella volta ebbe la parvenza di essere quella definitiva, quella che tiene la nave attraccata alla rada  che nessun altra tempesta riesce a trascinarla via , quell’ancora si chiamava Leticia.

I loro destini si incrociarono all’inaugurazione di un nuovo albergo appena costruito nella penisola dello Yucatan in Messico, Antonio era lì in qualità di supervisore e Leticia in visita con un gruppo di impresari latinoamericani azionisti degli alberghi.

Leticia, in viaggio soprattutto per dimenticare disavventure sentimentali, era di Buenos Aires Argentina e la famiglia era di origine Spagnole, i trisnonni erano partiti dalla costa Atlantica della Spagna ed avevano fatto fortuna in Argentina nel commercio.  
                                                                                                                            Si innamorò subito di Antonio , inizialmente dello stereotipo di italiano gentile e romantico che vedeva in lui,  quanto a lui la prese come una delle tante avventure galanti, ma tutto cambiò per entrambi molto velocemente ed alla fine del suo soggiorno nel villaggio entrambi avevano definito il futuro.  
                            
Il futuro, un biglietto di sola andata per Buenos Aires Argentina.

Buenos Aires

 Buenos Aires come un porto caldo ed  accogliente  come una bella città del meridione, caffè aperti spalancati al sole ed alle serate gonfie dei caldi venti del Rio de la Plata  al calar del sole.

Antonio mi raccontò tutto questo mentre camminavamo quella sera dopo cena per le strade di B. Aires e tutt'intorno il turbinio del tango e dei turisti scorreva come un fiume in piena lungo la centrale e famosa Calle Florida.

Camminammo e parlammo tanto quella sera, della vita degli incontri, degli affetti, delle cose che si danno per scontato eppur così importanti, delle occasioni mancate, di calcio, del grande mondiale dell'82, di Maradona che quella stessa notte lottava per la vita in una clinica a pochi isolati da lì e la gente fuori in veglia pregava per lui. 

Parlammo dell'Argentina, che è un po' come l'Italia di tanti anni fa' ed al tempo stesso è giovane e forte e piena di energia e di speranza nonostante le crisi, la dittatura passata, la precarietà e le incognite del futuro.

Sono anni che non vedo Antonio, alcuni mesi fa ho saputo che lui e la moglie si sono ritirati un po' dalla vita per così dire produttiva e si occupano di una comunità di recupero per chi è abbandonato, per chi è solo, per chi ha perso ogni speranza di trovare un'ancora di salvezza.

Calle Florida, Buenos Aires Argentina
 a passeggio per la via

CALLE FLORIDA – BUENOS AIRES ARGENTINA

Calle Florida Buenos Aires Argentina
Calle Florida, tango en la esquina.
Calle Florida l’artista Gaucho canta e balla fino a mattina.
Calle Florida è sera e cammino,
tango agli angoli di strada e il cappello dei pesos mi passa vicino.

Calle Florida venditori ambulanti stanchi seduti contro il muro,
Calle Florida maghi e fattucchiere che vendono il futuro.
Calle Florida ristoranti e pizzerie, italiani d’Argentina.
Il capo italiano da dietro il bancone con naso da gufo
controlla camerieri e clienti fino a mattina.
Calle Florida mi siedo a un caffè,
ordino un cortado fumo un cigarrillo e penso a te.

Calle Florida Buenos Aires Argentina,
la gente en la calle balla fino a mattina.
Mentre il rey Maradona è solo, trattiene il respiro e guarda dalla
finestra la sua amante Argentina
e poi prende fiato per il sospiro più lungo che lo accompagni fino a
mattina.
Calle Florida Buenos Aires Argentina.


Marco Bo

 
 
 

02/05/12

In viaggio, la scoperta del mondo




In viaggio tra Cali e Palmira, Colombia
Marzo 1990

Nelle campagne intorno alla città di Palmira situata nella regione del Rio
Cauca nel sud della Colombia, l’aria aveva un gusto dolciastro.
Ricordo e provo ancora adesso precisamente quel sapore dolciastro mentre
guardavo il paesaggio dal finestrino abbassato della macchina.

Ci recavamo all’Hingenio, una piantagione di canna da zucchero ed
era appunto la canna da zucchero che dava quel gusto dolciastro
all’aria.

Mentre sentivo quel sapore nell'aria e sulle labbra, mi tornò in mente la
stessa emozione di quando al mare per la prima volta da bambini si sente il sale nell’aria, 

la stessa sensazione ma opposta, e cioè dolce come zucchero.

Provavo ad immaginare la meraviglia che avrebbe provato un
bambino nel leccarsi le labbra e sentire gusto di zucchero.

In effetti, questa è un po’ l’essenza del viaggio, l’esperienza del
nuovo, della scoperta, così come provano i bambini quando
scoprono il mondo e provano per la prima volta sensazioni mai
conosciute prima.

Si è indifesi ed allo stesso tempo ci si meraviglia di tutto.
Per me quel giorno a Palmira il gusto dolciastro nell’aria fu come una
rinascita, la
riscoperta del mondo.

Marco Bo. Canti dalla periferia del mondo


dialoghi con le periferie del mondo, cos'è la vita

sotto questo grigio cielo di periferia che cos'è la vita? è la cura donata e ricevuta in dono, un po' e un po' è un insieme di a...